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LA FENICE – ovvero la saga sul Partito Democratico

Nelle Metamorphoses Ovidio descrive la Fenice “…si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s’abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall’albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Heliopolis in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole. ”

Leggendolo viene in mente quello che i nostri politici vorrebbero fare della nascita di questo fantomatico nuovo partito, che dovrebbe prendere il nome di Partito Democratico. La metamorfosi di un animale (gli attuali DS e Margherita principalmente) che, morendo con eleganza, esala il suo ultimo respiro e fa nascere un nuovo essere che vive tanto quanto il suo genitore. Un’immagine mitica, suggestiva ed esaltante, di una vita che si riproduce senza discontinuità. Un essere che però rimane confinato nell’immaginario, appunto nella mitologia perché nessuno lo ha mai veduto.

Quando, infatti, cominciano tra di loro a chiedersi come sarebbe fatto questo animale, come vorrebbero che fosse questo partito, qui arrivano le narrazioni più fantasiose. Continuando a prendere a prestito dall’antichità, leggiamo che la storia della Fenice ci deriva dagli egizi che lo consideravano un uccello sacro favoloso, che aveva l’aspetto di un’aquila reale con il piumaggio dal colore splendido, il collo color d’oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d’oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume — una rosa e una azzurra — che le scivolano morbidamente giù dal capo, oppure rimanevano erette sulla sommità del capo.
Capite bene come è impossibile creare una cosa del genere in natura. Ed infatti sta venendo fuori una bella querelle, ci verrebbe da dire quasi una rissa. Nel mucchio si stanno buttando tutti, riformisti, volenterosi, professori, portaborse, esponenti della fantomatica società civile, oltre, ovviamente, ai politici di professione che ne vogliono parlare tanto proprio per esorcizzarlo e riuscire ad evitare che nasca. Chi pro e chi contro, tutti vogliono dire la loro ed hanno cominciato a litigare da subito, prima ancora di cominciare a pensare cosa dovrebbe essere, su dove deve stare e chi dovrebbe guidarlo; e siamo solo all’inizio.
Per ora siamo nella migliore commedia all’italiana, con il partito dei guelfi e dei ghibellini – tra chi lo vuole e chi no – oltre a tutte le varie correnti interne, all’interno delle quali vediamo una serie di personaggi che spintonano per essere in prima fila quando si farà la foto di gruppo, quella da far vedere nei momenti importanti, da appendere nello studio, per poter dire ai nipoti “quello in seconda fila ero io”, sperando che tutto questo valga per raccogliere qualche risultato, che so, se non proprio in politica, almeno nella professione. E che cavolo! servirà pur a qualcosa fare tutto ’sto casino.

Lo scenario appare distinto in quatto grandi gruppi: il nucleo dei riformisti all’interno dei due maggiori partiti che vogliono farlo, il gruppo dei cosidetti volenterosi della società civile che ha fiutato l’opportunità di entrare nella partita a qualche titolo, quello dei dissenzienti degli stessi maggiori partiti che minacciano di scindersi, e poi i vari partiti minori che fanno parte dell’Ulivo che stanno un po’ qua e un po’ là.

Al primo gruppo appartiene il nocciolo duro della politica organizzata, che ha la macchina oliata, che porta i voti, quelli veri. Questi a parole vorrebbero fare, per usare un gergo in auge nel mondo degli affari, una megafusione per incorporazione che trasformi l’Ulivo in un grande partito riformista moderno. Avvertono che devono fare qualcosa per rinnovarsi e ricostituire delle posizioni politiche malferme, per riconquistare un elettorato stanco e sfiduciato della sinistra post-ideologica che non ha capito bene come si colloca. Allora via a questa operazione, che potremmo chiamare di rebranding, di rilancio di un prodotto sotto un nuovo marchio. La cosa che importa loro è che, se un nuovo partito deve nascere, questo non può accadere senza il controllo dei partiti, della politica dei professionisti. Un’operazione che sfugga al controllo dei partiti, rischia di essere destabilizzante per loro. E’ quindi fondamentale che mantengano sotto stretto controllo l’operazione, pena il rischio di perdere il posto. Cosa ci sia dentro il nuovo pacco (il package per essere glamour) che vogliono rifilare ai consumatori, pardon agli elettori, non è ancora chiaro: è un partito di centro-sinistra o uno di sinistra riformista di centro? È laico o cattolico? Vuole il mercato senza stato oppure lo stato nel mercato? Boh! E fermiamoci qui. In questo gruppo il tema della leadership non si affronta perché farebbe tremare i polsi. A parole il leader è quello dell’Ulivo, cioè Prodi, ma il professore sa bene che a questo tavolo se anche lo faranno sedere, sarà con un mazzo di carte truccate e poche fiches. A meno che….

A meno che lui non abbia il suo gruppo, la sua corrente. Ed ecco uscir fuori il secondo gruppo, quello dei volenterosi, gli esponenti della società civile; che fondano l’Associazione per il PD, che si organizzano e dicono di avere migliaia di iscritti, che fanno convegni, che vogliono avere il loro ruolo. Un po’ supporter ed un po’ tupamaros che minacciano di farlo loro il partito, da soli e senza i partiti. Con il giusto grado di visibilità da parte dei media (che sanno chi ci sta dietro) fanno rumore, ed in qualche modo cercano di ritagliarsi uno spazio, sperando che al momento giusto gli sia affidato un ruolo. Anche al nucleo di prima questi fanno comodo; in qualche modo legittimano il controllo dei partiti poiché rappresentano l’intellighenzia della società civile; e se la crema della società civile si unisce al meglio della politica riformista, che volete di più? Non può che nascere il migliore dei partiti, vero moderno, progressista. Il gioco è fatto, loro sono i detentori del nuovo corso, i riformisti, l’avanguardia che vuole superare la vecchia identità ideologica del ’900. Quindi: cari elettori di sinistra affidatevi a noi, che vedrete, un nuovo mondo è alle porte.

Peccato però che in questo gioco due cose non tornano.

La prima sono i contenuti. Nessuno dei due gruppi ha ancora detto che cosa debba essere questo nuovo partito. Si, riformista, moderato, progressista, e tante belle cose. Ma in cosa debbano credere gli elettori, quale modello di società questi vogliano, come sarebbe fatto quel nuovo mondo non l’hanno ancora capito. Perché, come abbiamo detto prima, le posizioni politiche sono troppo distanti su temi essenziali, perché la provenienza dei gruppi che dovrebbero confluire in questo nuovo soggetto è disparata, e la loro storia troppo diversa per poter garantire la permanenza sotto uno stesso tetto.
Ma vi immaginate su temi come l’eutanasia, o le coppie di fatto, cosa succederebbe? Un conto è essere dentro una coalizione dove si discute ma si mantengono chiare e distinte le varie identità; che poi sono quelle che contano alla prova del voto. Uno può sempre tornare dai suoi elettori e dire che so, sui matrimoni per le coppie gay ero contrario, ho lottato però poi alla fine la coalizione ha prevalso, però voi datemi lo stesso il voto di nuovo perché manterrò fede ai miei valori cattolici. Un conto è stare dentro un unico partito che deve esprimere una posizione unitaria; quando torni a casa cosa gli racconti ai tuoi elettori, che il tuo partito quei valori li ha abbandonati? E’ chiaro ed evidente che gli elementi di dissenso sono maggiori di quelli di coesione per poter stare tutti in uno stesso partito; che gli dicono a D’Alema, che lui l’Internazionale non la canta più, e che si mette a sedere nel PPE? Ma vogliamo scherzare?
Questi però chiedono comunque la fiducia al buio, per andare avanti: facciamo i congressi in primavera, decidiamo la confluenza nel nuovo soggetto politico, poi affidiamo a dei saggi lo studio e partiamo. Primo chi sono i saggi, chiedono però i dissenzienti all’interno dei Ds e Dl, e di quale saggezza sono ammantati, poi quanti voti portano.

E qui viene la seconda cosa che non torna: i numeri. E’ già cominciata la discussione, tra i pro PD, sulla conta: vediamo quanti siamo, chi pesa di più – una testa un voto è il leit motiv del momento – e sulla base dei numeri, secondo il principio democratico della maggioranza, si deciderà cosa, quando e come fare. Ecco allora che il gruppo dei volenterosi della società civile chiede di avere la lista degli elettori che hanno votato alle primarie; e denunciano che da quelle liste, un patrimonio comune dell’Ulivo, mancano due milioni e trecentomila voti. Li vogliono perché così si rivolgeranno direttamente ai cittadini chiedendo loro di tornare ad iscriversi e far sentire il loro peso. E si, e bravi. Così Sposetti, il tesoriere dei Ds accusato di tenersi questi nomi ben stretti, risponde per le rime: “Ma chi le ha fatte le primarie, voi? Le hanno fatte Ds e Dl, quindi siamo noi ad aver portato in piazza quella gente a votare; ma voi chi siete, che volete? ”
C’è da dire che tutti i torti non li ha. Se è vero che i voti si contano,ognuno conta i suoi, quelli che si è guadagnato. Le primarie senza i due maggiori partiti non si sarebbero fatte, con quella affluenza. Quindi se li volete pesare, andate a guadagnarveli i voti. E così rispedisce al mittente la palla, dando a Cesare quel che di Cesare è. Ossia, se anche gli elettori alle primarie hanno scelto Prodi è stato perché Ds e Dl hanno fatto fare a lui il candidato premier, e così come lo hanno voluto lo destituiscono; déjà vu. Capito? Se credete che quel patrimonio sia vostro, cioè di Prodi, vi sbagliate. Anche se andiamo tutti dalla stessa parte, ognuno ci arriva con i suoi mezzi, in questo caso gli elettori delle primarie, e quelli sono i nostri.
Proprio a volerla dire tutta, bisogna ammettere che a far scendere in piazza quattro milioni di persone hanno contribuito anche gli altri partiti, quelli minori, e quelle correnti che all’interno di Ds e Dl di Partito Democratico non vogliono sentir parlare. Quindi questo popolo delle primarie è piuttosto variegato e non è detto che tutti la pensino come credono quei signori.

E qui arriva il terzo gruppo: i dissidenti interni che, diciamolo, sono gli unici ad avere le idee chiare su cosa vogliono. Loro una tradizione ce l’hanno e vogliono mantenerla, stanno bene dove stanno, credono nell’Ulivo e non vogliono fondersi con nessuno. E hanno ragione sia perché le fusioni, anche nel mondo degli affari, difficilmente funzionano, e se qualche volta riescono è perché una fazione prevale sull’altra; ed in questo gioco sfido chiunque ad avere la certezza di sapere di essere dalla parte dei vincitori. Quindi tanto vale rimanere sulle proprie posizioni acquisite, lavorare per tenere la coalizione al governo, uniti si, ma nel rispetto della propria identità. Chi può dargli torto? Alla luce dei numeri e del successo elettorale chi darebbe via il certo per l’incerto. E poi anche riguardo allo scranno, con tutti questi che vorrebbero entrare nel nuovo partito, c’è il rischio di rimanere a piedi.
Inoltre arriva a dargli ragione l’ultimo sondaggio di Repubblica che dice che, l’elettorato di sinistra, su questa storia del PD è un po’ freddino, gli preferisce l’Ulivo. Nel lungo termine lo sanno anche loro di avere torto, ma intanto pensano all’oggi, per il domani c’è tempo.

L'ultimo gruppo sono i partiti minori che probabilmente sono quelli che avrebbero veramente interesse a farlo questo PD, ma sia perché al loro interno sono divisi e su posizioni difficilmente conciliabili, sia perché a quel tavolo non li fanno neanche sedere, non hanno le idee chiare su cosa vogliono fare.

Morale della favola, non è da questa politica che può arrivare alcun rinnovamento. La fenice che si trasforma nascendo a nuova vita è mitologia e rimarrà tale. Per rinnovare questo sistema bisogna portare discontinuità, rottura, immettere dentro qualcosa di nuovo che rompa con il passato.

Chiudiamo con una riflessione per i nostri (pazienti) lettori e due inviti.
La riflessione, sotto forma di domanda, è: ma perché un nucleo di politicanti di professione, che ha ridotto il paese nelle condizioni in cui è, dovrebbe fare qualcosa di buono solo cambiando nome? Attenzione, la stessa considerazione vale per l’analoga operazione che stanno tentando di fare a destra, che prende il nome di Partito Popolare. Perché il fine è lo stesso per entrambi gli schieramenti, mutare per non cambiare nulla.

Gli inviti invece sono rivolti ai volenterosi riformisti, nuovi entranti e politici di professione.
Ai nuovi entranti diciamo: se volete partecipare dando il vostro contributo fatelo un vostro partito, come abbiamo fatto noi (vi suggeriamo di usare un altro nome), e combattete la vostra battaglia sulle idee e sui contenuti, non sugli iscritti, tanto meno se non ve li siete neanche guadagnati.
Ai politici professionisti affidiamo questo messaggio: a questo paese servono contenuti, strategie politiche e regole per rilanciarlo, non operazioni di marketing per cercare di cambiare la forma o il marchio. Se avete delle idee nuove, delle soluzioni ai problemi che attanagliano il paese, delle strategie per dargli un futuro, per evitare che i nostri figli debbano lasciarlo, allora tiratele fuori, e rimanete dove siete, senza cambiare casacca, perché i vostri elettori vi voteranno lo stesso
Altrimenti andatevene a casa perchè di voi non c’è più bisogno.

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