Sotto l’ombrellone di questa calda estate 2006 siamo stati allietati (battuta! n.d.r.) da un tema annoso che affligge il nostro paese: le tasse ovvero questo sconosciuto, almeno per una fetta non piccola del popolo italiano. Sull’argomento abbiamo letto una serie di interventi, dichiarazioni, interviste di autorevoli esponenti del mondo politico, accademico ed economico, sui motivi che sono alla base della più diffusa evasione fiscale esistente tra le grandi economie occidentali, e sulle soluzioni per risolvere (una volta per tutte?) questa diffusa corruzione. Si proprio di corruzione si tratta, bisogna chiamare le cose con il proprio nome, perché per ogni evasore ci sono diversi complici, anche tra quelli che le tasse non possono non pagarle, che traggono in qualche modo il proprio utile dall’aiutare questo fenomeno.
Su questo tema il prof.
De Rita ci dice che gli italiani da ex poveri diventati neoricchi sono
diffidenti con il fisco perché la cultura del sommerso, che ha prodotto
reddito in famiglia contribuendo a questo arricchimento, tocca non solo
gli autonomi ma anche una parte di quei salariati che in qualche modo
ricevono da ciò beneficio: <<Alzi la mano chi non ha mai pagato un
muratore, un idraulico, un giardiniere con un assegno e non si sia
sentito dire “Dottò, lo faccia a me medesimo, non me lo intesti”. E alzi
la mano chi non ha accettato.>> (Corriere della sera 19-8-06). Quindi
evasori e complici che da quella evasione ottengono uno sconto sul
prezzo.
Abbiamo poi appreso, sempre dai media, che il nostro ViceMinistro Visco la ricetta per risolvere l’evasione fiscale di quella
parte degli italiani, da lui identificati nei lavoratori autonomi, ce
l’ha in serbo e che i suoi oppositori sono tutti amici degli evasori.
Annoverando così in qualche modo tra di essi anche l’on. Mastella, che
ammoniva, dal quel di Ceppaloni, di non colpevolizzare intere classi
sociali; magari per paura di avere tra questi anche quanti possono
averlo votato, partendo dal presupposto che un politico non conosce uno
ad uno tutti i suoi elettori.
Sempre sotto la canicola
abbiamo sentito qualcuno, dall’opposizione, innalzarsi a sostegno della
tesi che se lo stato desse servizi decenti allora gli evasori sarebbero
meno giustificati nel loro comportamento; dando così dei cretini a tutti
quelli che già oggi pagano le tasse ricevendo in cambi servizi scadenti.
Ci sembra una posizione veramente molto poco elaborata.
Ora vorremmo spendere
qualche parola a sostegno della nostra tesi, ardita ma non troppo, che
pagare le tasse è un fatto di cultura, che non può essere risolto solo
attraverso la coercizione o l’inasprimento delle sanzioni per chi evade,
ma attiene alla civiltà di un popolo e di una nazione; quindi, come
tale, richiede che che lo stato deve mettere in pratica una serie di
azioni, di cui la promulgazione delle leggi e la repressione dei
disonesti sono solo alcune, in modo che la cultura sociale dei cittadini
venga elevata.
Vogliamo dimostrare che l’onestà fiscale del cittadino
non è una propensione naturale, quindi un popolo non ne è precluso rispetto
ad altri, ma un fatto artificiale, tipico prodotto di una società, che
dipende appunto dal grado di emancipazione del costume sociale.
Prenderemo spunto da alcuni concetti espressi da uno dei più grandi
filosofi sociali alla fine del ‘700, Hume, e da alcuni suoi commentatori
contemporanei.
Partiamo da un assioma:
Pagare le tasse è un dovere di ogni cittadino e un diritto degli
onesti. Quindi giustizia ed
equità fiscale, che presuppone che tutti paghino per poter pagare di
meno tutti, sono due facce della stessa medaglia.
Cerchiamo, prima di
tutto, di comprendere cosa è racchiuso nel concetto di giustizia. La
giustizia risponde ai principi che, nella moderna economia, seguono le
merci collettive. Anch'essa può essere considerata come un bene
collettivo per la comunità; questa interpretazione, se vera, spiega
perchè l'individuo deve superare l'istinto egoistico e rispondere al
dovere che la comunità, quindi il diritto che da essa scaturisce, con le
sue regole, ha stabilito. Ci sono differenze sostanziali tra merci
collettive e merci private, ovvero destinate queste, allo scambio tra
consumatori, e, di conseguenza, sono diversi i principi che ispirano,
nella moderna economia, il vantaggio collettivo e il vantaggio privato.
Esistono benefici diversi tra i due tipi di merci, e di conseguenza
vantaggi diversi che i consumatori possono trarre da esse; per i
consumatori, nel caso delle merci collettive, si intende la comunità.
Mentre per le merci l'offerta diminuisce con l'andare del consumo, la
domanda collettiva é la somma dei consumi individuali, e questo genera
le regole del mercato, per le merci collettive ciò non sempre risponde
alla realtà.
Altra differenza é la divisibilità, sia dei benefici che
dei costi di produzione, al punto che ad ogni bene corrisponde un certo
valore di acquisto, dato dal costo di produzione e dal consumo del bene
stesso; anche in questo caso la differenza é sostanziale in quanto, non
solo per le merci collettive é praticamente impossibile arrivare ad una
massimizzazione della produzione, ma, inoltre, l'esplicitazione della
volontà di acquisto, e quindi di pagamento, da parte del consumatore non
può essere alla base della programmazione di queste merci. Potrebbe
infatti accadere che l'utente consumi il bene senza pagarlo; volendo,
come dire, farsi un giro gratis diventando così un free-rider, come Hume
chiamava gli evasori fiscali.
Di conseguenza il governo deve, nel
tendere all'ottimizzare il livello di disponibilità e di benefici per i
consumatori, basarsi su tecniche del tipo rapporto costi-benefici. Fatto
ciò, deve provvedere alla raccolta delle tasse per garantirsi i fondi,
basandosi sulla contribuzione dei cittadini, considerando in questo
l'effetto "free-riders".
E qui é la differenza
precipua tra i due tipi di merce; la produzione delle merci collettive
deve essere garantita dallo sforzo cooperativo di tutti i cittadini. Il
cittadino può tendere, per egoismo, a non cooperare, rischiando con ciò
di distruggere tutto il meccanismo.
Il compito del governo é proprio
quello di garantire che tutti partecipino alla cooperazione, ovvero
paghino le tasse; se tutti fossero cooperativi non ci sarebbe l'esigenza
del governo. Le regole che esso stabilisce servono ad evitare l'effetto
"free-riders". Probabilmente Hume aveva in mente proprio questo quando
parlava della giustizia e del dovere di compiere azioni giuste. Il
significato del senso di giustizia é diverso da quello che danno coloro
che, dovendo trattare con istituzioni sociali che assegnano diritti e
doveri e ripartiscono i profitti derivanti dalla cooperazione sociale,
in esso ricercano il requisito delle virtù dell'equità e della
imparzialità. La giustizia é legata direttamente alla proprietà e al
possesso. Essa é un insieme di regole che determinano le modalità della
proprietà, e dei suoi trasferimenti, e ne garantiscono la stabilità. Le
regole della giustizia includono quelle sulle promesse, e sui
comportamenti onesti in genere. Tuttavia essa si occupa solo delle cose
materiali, di quelle cioé di cui si possa determinarne la proprietà ed
il possesso.
Tra i principi naturali dell’individuo sono le passioni che
lo spingono a comportarsi secondo degli istinti egoistici; di
conseguenza per l'individuo é impossibile restare nello stato naturale,
ossia precivilizzato, per la condizione selvaggia in cui vivrebbe,
contraria alla sua natura. L'uomo non può quindi vivere al di fuori
della società. Senza la società ogni espressione dell'individuo é
impossibile, anche quelle di interesse personale. Ossia affinché
l'interesse personale di ognuno si possa esprimere esso deve essere
frenato, così che l'esistenza della società possa essere garantita. La
garanzia dell'esistenza della società, e del fondamento delle sue
regole, é la stabilità della proprietà. Esiste qui lo stesso rapporto di
interessi, tra quello personale e quello collettivo, che si configura
nel provvedere alla produzione delle merci collettive.
La giustizia
assomiglia ad un bene collettivo così come le altre virtù possono essere
paragonate alle merci private. Ovvero quest'ultime, per ciò che riguarda
sia i costi che i benefici, sono divisibili tra gli individui, ed essi
possono decidere in modo autonomo se valga la pena o meno di praticarle.
Viceversa la giustizia
non é come altre virtù ed i benefici che ne scaturiscono non sono
limitati ai singoli cittadini, quindi non possono essere questi gli
arbitri della sua applicazione. I benefici delle azioni giuste sono la
pace e la stabilità della società. Per la giustizia, anche se esiste una
personale soddisfazione nel praticarla, valgono le stesse regole di
indivisibilità di costi e benefici tra gli individui che per le merci
collettive; ed inoltre il migliore risultato per ognuno deriva dalla
cooperazione di tutti i singoli allo sforzo necessario per produrle.
Tuttavia, poichè la ragione del giusto comportamento cooperativo non é
immediata, come nel caso delle merci collettive, esistono molte altre
passioni che ci spingono a comportamenti contrari all'interesse della
società; e tra questi anche il "naturale" interesse personale, come
visto prima, é lesivo del bene della collettività.
Noi siamo dotati di
una limitata e parziale generosità che, quale nostra indole naturale non
egoistica, è dannosa alla pace e stabilità sociali, poiché siamo
sensibili al mondo intorno in misura direttamente proporzionale a quanto
esso é in collegamento con noi. La società é utile in virtù dell'unione
che ne scaturisce tra gli individui e che a questi porta forza, abilità
e sicurezza dalla loro stessa cooperazione; ed è l'interesse personale
che deve farci cogliere i benefici che come individui possiamo trarre
dalla cooperazione e dall'unione del vincolo societario. Così come per
le merci collettive.
Quindi è sempre l'interesse personale che ci fà
muovere, solo che dobbiamo indirizzarlo verso obiettivi comuni,
reprimerlo quale passione "naturale", ed indirizzarlo verso le norme che
ci sono indicate dalle regole di giustizia. Siccome la giustizia nasce
quale convenzione dobbiamo far si che queste regole siano rispettate,
anche se é difficile capirne i benefici immediati in quanto sono troppo
polverizzati, distanti e alcune volte contrari a quello che l'interesse
personale, fine a noi stessi, ci permette di cogliere immediatamente.
Quanto detto é
maggiormente esasperato nelle società espanse dove i grandi numeri non
ci consentono di percepire immediatamente l'effetto che le nostre azioni
hanno sugli altri, soprattutto quelli che ci sono più distanti.
Più i
numeri che compongono una società sono piccoli più possiamo capire
l'interdipendenza che ci lega con il mondo esterno; e nel caso delle
merci collettive, in un nucleo sociale ridotto, é molto facile cooperare
senza l'intervento governativo. In alcuni casi addirittura l'interesse
collettivo a breve termine contrasta con quello a lungo, e anche nel
caso che un singolo atto di giustizia sembra contrario al pubblico
interesse noi, non dobbiamo disobbedire alle regole. Ad esempio in un
condominio, nel caso di una modifica paragonabile ad un bene collettivo,
è palese che il costo debba essere sottoscritto da tutti i proprietari e
che un free-rider avrebbe poche opportunità di farla franca.
Appare
lampante come, al variare dei numeri, diventi più difficile la
cooperazione ed aumentino le possibilità per i singoli di eludere le
regole per perseguire un proprio interesse personale a scapito della
collettività, e che sorga spontanea l'azione del governo, spesso
coercitiva, per garantire il rispetto di tali regole e, quindi,
l'affermazione del bene collettivo. L’osservazione delle regole di
giustizia viene indotta, in una società in via di formazione, dalla
considerazione del concetto di interesse comune, ma quando i numeri
aumentano la passione per il comune interesse può essere persa di vista,
e superata da altre passioni che spesso contrastano il pubblico
interesse. Inoltre quando l'interdipendenza é elevata la decisione è
spinta più dalla prudenza che dalla morale.
Tuttavia nel caso delle
merci collettive la prudenza non è sufficiente a soddisfare l'utilità
collettiva; questo é vero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale.
La prudenza tende a farci essere dei free-riders, e solo se noi
riusciamo ad identificarci con gli altri, e quindi ad avere un senso dei
ruoli, pagheremo il dovuto per evitare di danneggiare quelli che hanno
la volontà di pagare. E' su questo punto che troviamo la maggiore
differenza tra i moderni economisti e Hume. I primi si preoccupano di
far pagare le tasse a tutti attraverso metodi coercitivi, rafforzando
leggi tributarie; per Hume, invece, alla base della cooperazione,
dell'empatia che ci spinge all'azione giusta, alla fonte della moralità
c'è la simpatia.
La simpatia è un principio universale attraverso cui
spiegare i fenomeni della natura umana con poche e semplici cause. Esso
è alla base di molti eventi empirici. E' il comunicarsi delle passioni;
attraverso la simpatia si distingue tra vizio e virtù. La simpatia non è
una passione ma un principio fondato su un processo psicologico
attraverso cui l'idea si trasforma in impressione, e diventa
comunicabile, grazie all'immaginazione. Grazie alla simpatia possiamo
trasportare le sensazioni di un impressione ad un'idea correlata,
attraverso la mediazione dell'esperienza che abbiamo del nostro io delle
nostre stesse emozioni, così come trasformiamo le idee in impressioni,
attraverso la trasmissione all'idea delle impressioni presenti. Le
credenze sono idee trasformate in impressioni. La simpatia corrisponde
così alle operazioni dell'intelletto, come modo di interpretare i dati
raccolti. Essa riesce ad agire sulle passioni artificiali e a farci
distinguere tra vizio e virtù, e quindi la giustizia, quale parametro di
questa distinzione, che scaturisce da una passione artificiale, e ha
alla base delle convenzioni, é una virtù artificiale e non naturale.
Resta tuttavia una distinzione tra senso di giustizia ed ingiustizia da
una parte, che crea solo azioni giuste, e senso della moralità delle
giuste azioni dall'altra.
Se l'educazione é corretta, una persona ha
sicuramente il senso di giustizia ed obbedisce alle regole di giustizia,
senza essere obbligata. Tuttavia la natura non aiuta alla formazione del
senso di giustizia, ed una persona può anche perdere, o non avere,
questo senso. Per correggere la mancanza di questo senso, e guidare i
comportamenti dell'individuo, serve quel tipo di coercizione che la
legge assicura con le sue norme. Hume é riluttante verso ogni tipo di
coercizione, e ritiene che il senso della moralità possa supplire alla
mancanza del senso di giustizia, in quanto, essendo basato sulla
simpatia, ha radici naturali. Il senso della moralità é presente in
ognuno di noi e deriva dall'osservare le azioni degli altri. Esso ci
guida nelle giuste azioni perchè constatiamo che esse riscontrano
l'approvazione o disapprovazione delle altre persone intorno a noi.
Anche il senso di giustizia, come quello della moralità, essendo
meramente artificiale é basato sulla simpatia che egli chiama "una
simpatia con pubblico interesse". Attraverso questa simpatia possiamo
preoccuparci di un interesse molto distante dall'interesse personale.
Logica conseguenza é che poiché la simpatia é la fonte della moralità,
la giustizia é interamente una faccenda morale, mentre le altre virtù
naturali potrebbero essere solo manifestazioni di principi naturali che
la natura ha inculcato nella mente umana. Per spiegare la distinzione
tra obbligo naturale e obbligo morale possiamo prendere ad esempio i
propri figli di cui ci si prende cura per affezione e per obbligo
naturale ma in questo comportamento, anche se c'è virtù, non c'é
contenuto morale in quanto siamo mossi da passione naturale. Come detto
una persona può perdere il motivo naturale, anche quello verso i propri
figli, ma in questo caso possiede sempre l'obbligo morale che gli viene
dal sentimento della simpatia; e allora la fonte della moralità
dell'azione del prendersi cura é la simpatia verso gli altri, che nasce
dal meditare sulle azioni degli altri.
Poiché l'interesse personale non
é sufficiente a far aderire le persone alle regole di giustizia, serve
che l'abilità umana, in questo caso quella dei politici che dovrebbero
preoccuparsi di coltivare l'educazione dei cittadini, riesca a stimolare
la simpatia per il pubblico interesse. La simpatia é il fondamento del
senso di giustizia. Se l'educazione fallisce, la simpatia nasce
dall'osservare che i nostri simili approvano le azioni giuste e
disapprovano quelle ingiuste. Senza la simpatia esiste solo l'interesse
personale sfrenato, e poiché l'essere giusti é un obbligo morale, nel
caso in cui l'interesse pubblico sia molto distante, più forte dovrà
essere l'istanza morale. Quando i numeri aumentano, e la verifica
dell'interazione individuale diminuisce, aumenta la necessità del senso
di simpatia e l'obbligo morale del senso di giustizia diviene più
rigoroso. Il nostro interesse personale é soddisfatto se ottiene merci
collettive di buona qualità, ma, nei grandi numeri, lo stesso interesse
tende a farci essere dei free-riders. Allora la differenza sta nel modo
di porre rimedio al predominare dei diversi interessi personali. Non c'é
ragione perchè la stessa cosa non debba valere nel caso delle merci
collettive. La tesi iniziale é quindi dimostrata; esiste un obbligo
morale a cooperare con gli altri affinché la produzione economica di
tutte le merci e servizi tenda al miglioramento, ed in alcuni casi, come
quello della difesa nazionale, garantisca la pace e la stabilità della
società.
Ora non vogliamo rimanere in un ambito puramente teorico. Sappiamo bene che le regole valgono se esiste la sanzione, e se il cittadino percepisce il beneficio ricevuto dal rispetto delle regole rispetto al danno che riceve con la sanzione comminata al reato; ma non è tanto l’asprezza della sanzione quanto la certezza della persecuzione del reato e della condanna del reo, che genera il rispetto delle regole. Ossia la certezza del diritto, che nel nostro paese manca, e per la quale l’indulto non ha certo aiutato a costruire questa coscienza della giustizia nei cittadini. Tuttavia una cosa è certa: l’impegno dei politici deve essere anche nella direzione di avvicinare i cittadini allo stato, dando ad essi visibilità dei motivi per cui un fisco equo è giusto, di migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione, di costruire una cultura della simpatia tra i cittadini e tra questi e lo stato. Insomma la soluzione al problema fiscale,dal nostro punto di vista, non è nello stato di polizia finanziaria, ma in una serie di azioni che toccano l’impianto stesso del fisco, attraverso l’applicazione di un modello di deduzioni esteso anche ai lavoratori dipendenti, il miglioramento dei servizi resi al cittadino, l’applicazione corretta della legge, senza ricorso ai condoni, l’accrescimento culturale dei cittadini, investendo nell’educazione sociale delle nuove generazioni.
In definitiva l'abilità dei politici dovrebbe essere rivolta a coltivare, per sé e per i cittadini, la simpatia verso il pubblico interesse, o verso chi, questo, lo ha a cuore. Questo tipo di politica, educativa, produrrebbe risultati molto superiori a qualsiasi modello governativo di coercizione fiscale.
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