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Statistiche Web
29 giugno 2006
RAZZA PADANA
Prove tecniche di coerenza dell’on. Bossi riguardo al referendum costituzionale.
Alcune settimane prima diceva:”Se perdessimo? Piangerei”. La settimana prima ”Se perdiamo? Tutti in svizzera.”
Il giorno dopo la consultazione “Si va avanti!”. Certo la coerenza in politica non è di questo mondo, però. Chissà se i suoi elettori cominciano ad avere la sensazione che i deputati leghisti ci abbiano preso gusto con ’sta Roma ladrona.
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27 giugno 2006
VIVA L'ITALIA
Gli italiani ci ricordano che (nell'ordine di importanza) della mamma, della nazionale e della bandiera (patria?) si può discuterne, ma non toccarle. Anche stavolta con il massiccio afflusso al voto, storica inversione di un trend negativo in corso da anni, ci hanno confermato che su questa certezza si può sempre contare.
Nel momento in cui serve corre alle armi per difendere il suo bel paese. Perchè alla fine bisogna dirlo: l'italiano il concetto di patria (tutto a modo suo) ce l'ha e, per quanto diversi, da Pinerolo a Priolo a noi stare insieme piace.

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pubblicato da Segreteria     alle 14:48     Commenti 0 Commenti
19 giugno 2006
PERCHE' NO
Quanto siamo convinti che sia necessario apportare delle modifiche alla nostra Costituzione lo abbiamo detto più volte, spiegando anche i motivi alla base del nostro ragionamento. Proprio per lo stesso motivo diciamo che al referendum bisogna votare NO.
Prima di tutto invitiamo a votare no per una questione di metodo: non si comincia dalla fine.
Cambiare l'ordinamento dello stato, o meglio parte di esso, senza aver chiarito i principi alla base della costituzione dello stato stesso, significa spostare il tiro dal fine al mezzo.
Il fine di una costituzione è creare le basi di uno stato moderno, stabilendo, prima di tutto, i principi e le regole su cui una collettività di persone decide di dare
vita ad una società civile, organizzandone il funzionamento attraverso le istituzioni di uno stato di diritto. Il problema di fondo che deve essere affrontato, a nostro giudizio, è la revisione della prima parte della nostra Costituzione, stabilendo un sistema di valori che la società civile vuole avere come riferimento, che devono diventare obiettivi su cui lo Stato, ed il suo apparato, deve basare il proprio operare. Le ragioni di questa tesi le abbiamo spiegate più volte, ultimamente condivise anche da autorevoli personalità, e potete trovarle negli articoli apparsi in precedenza.

Poi invitiamo a votare no per una questione di merito: una riforma costituzionale deve garantire la salvaguardia dell’equilibrio tra i poteri dello stato.
Le istituzioni devono basarsi su un equilibrio dei poteri, che ne garantisca capacità di funzionamento e controllo reciproco, distribuendo il più possibile le competenze territoriali agli enti locali. La riforma proposta, dietro l’apparenza del federalismo, tende invece a rafforzare il potere esecutivo a scapito di quello legislativo; inoltre, se a questo aggiungiamo il tentativo di far dipendere la magistratura inquirente dal governo, rimasto incompiuto nella scorsa legislatura, appare chiara la volontà di creare una gerarchia tra i poteri dello stato, al cui vertice è posto il capo del governo. Questo approccio è già apparso in altri periodi storici di cambiamento e di incertezza, come quelli che stiamo vivendo oggi, in cui il quadro generale appare confuso e fa nascere nell’opinione pubblica bisogni di certezza. Non ha generato nulla di buono; magari non subito, a distanza di anni, il potere in grado di condizionare gli altri genera delle distorsioni che mettono a rischio la tenuta democratica del paese.

Infine invitiamo a votare no per una questione di approccio: una costituzione non è il frutto della volontà di una parte della collettività. Questo la sinistra dovrebbe averlo imparato a sue spese.
La costituzione di una nazione non è il risultato di un ameno convivio montano bagnato da calici di amarone, ma il risultato di un processo di fondazione che deve vedere coinvolta la collettività ed espresse le esigenze di tutti i cittadini. Sia chiaro che la Bicamerale, quella presieduta da D’Alema per intenderci, non è ciò che auspichiamo. L’inciucio opportunistico di quella esperienza, naufragata sotto i colpi di interessi e spregiudicatezza politica, è una stagione passata che non ci auguriamo di rivedere.

Quindi no a questa nuova Costituzione, ma la maggioranza deve prendersi l’impegno di rifondare, insieme alla minoranza, questo paese aprendo un periodo di riforme strutturali, partendo proprio dalla base di tutte le leggi. Facciamo diventare questo paese una nazione evoluta in cui istituzioni, società civile e cittadino convivano proiettati verso un obiettivo comune: la convivenza armoniosa tra gli uomini, attraverso lo sviluppo del talento e delle capacità personali dell’individuo, che deve trovare piena possibilità di cogliere tutte le opportunità realizzabili all’interno della società civile, nel rispetto delle regole istituite dallo stato nella sua fondazione.
Questa è la ragione per cui abbiamo fondato il Partito Democratico: portare una spinta riformatrice, una rivoluzione moderata e progressista, per realizzare il cambiamento tra come la politica era, legata agli schemi del passato, ed una nuova, di cui la collettività sente il bisogno.
Noi siamo il futuro ed andremo avanti senza incertezze né compromessi.

MF
pubblicato da Segreteria     alle 12:03     Commenti 2 Commenti
12 giugno 2006
LOTTA TRA TITANI
In Commissione Difesa del Senato Sergio De Gregorio ha soffiato, sostenuto dai voti del centrodestra in cui militava prima di passare armi e bagagli con Di Pietro, la presidenza alla pacifista di Rifondazione Comunista, Lidia Menapace.
Vera lotta tra giganti della politica, noti esperti di difesa di questa maggioranza. Da una parte la manifestante pacifista, una antenata dei figli dei fiori che non ricorda certo il sergente di "Ufficiale gentiluomo", dall'altra un singolare giornalista-imprenditore-vattelapesca, bene in carne, che la divisa la indossa giusto il tempo per cambiarla.

Sicuramente, in questo inizio di legislatura, molti elettori del centrosinistra sono con il telecomando in mano cercando il canale su cui trasmettono lo spettacolo che si aspettavano di vedere. Perché finora, bisogna ammetterlo, quello che stanno mandando in onda non può essere annoverato, con tutta la buona volontà, neanche tra le prove tecniche di trasmissione. Esternazioni di ministri come se piovesse, proliferazioni di incarichi e ministeri per soddisfare le voglie di questa variopinta maggioranza, interviste al limite dell’improvvisazione; come dice il nostro Presidente del Consiglio, la politica da noi è vero folklore. Ma certo che questa è al limite del facciamoci del male.
Ma come si può pensare di candidare una, neanche più arzilla, vecchietta pacifista, che il giorno prima della nomina non ha migliore idea di esternare i suoi giudizi negativi contro le Frecce Tricolore, alla presidenza della commissione Difesa? Dopo la sua bocciatura e la nomina di De Gregorio, un esempio di doppiogiochismo politico da manuale, che si è subito dato da fare per spiegarci che lui neanche la voleva questa commissione e si sente un sacrificato per la patria, è cominciata la ricerca del congiurato all’interno dello stato maggiore della difesa.
Ma cosa si aspettavano che facessero i generali? Che rimanessero lì ad aspettare che la nonna gli sgonfiasse i cingoli senza agitarsi? Non bisognava essere certo degli indovini per prevedere che quei signori con le stellette avrebbero fatto di tutto per non farsi dipingere arcobaleno le fusoliere degli aerei. Del resto mettergli la Menapace a capo della commissione difesa era come mettere un piromane a capo dei vigili del fuoco. Possiamo aggiungere che, oltre al folklore, nella nostra politica c'è molta improvvisazione.
Ora Bertinotti afferma di voler chiedere su questo episodio la verifica, mentre Prodi ci conferma che prima di Natale vuole che l’azione del suo governo riesca a dare la svolta prevista.
Anche i suoi elettori lo sperano.
pubblicato da Segreteria     alle 07:31     Commenti 1 Commenti
04 giugno 2006
LA COSTITUZIONE DA CAMBIARE (seguito)
In un articolo di oggi sul Corriere della Sera il prof. Sartori, ritorna, continuando un dibattito aperto con alcuni costituzionalisti, sulla necessità di cambiare la riforma costituzionale introdotta nella precedente legislatura dal governo di centro destra.
Esattamente 12 anni fa in un saggio dal titolo “Un nuovo patto”, diventato poi il manifesto politico del Partito Democratico, abbiamo cominciato a parlare della necessità di modificare la Costituzione per adeguarla alle mutate esigenze della società. Inutile dire che in quel momento nessuno si curò di darci un minimo di attenzione; il paese era ancora immerso nel periodo di tangentopoli e, negli anni successivi, c’erano altre cose da fare. Il fatto che oggi esista un dibattito, in corso tra insigni giuristi, sul tema non può che farci piacere.
Purtroppo però, come spesso accade nel nostro paese, il fuoco del dibattito è spostato non sul cuore del problema ma sui contorni; modificare la Costituzione significa discutere sulla forma dello Stato, sui suoi organismi e sul suo funzionamento. Non parliamo dell’obiettivo, ma dello strumento; non si discute sul fine della Costituzione, ma sul mezzo. Mi sono oramai convinto che questo sia dovuto alla scarsa considerazione che come cittadini abbiamo della nostra comunità. Noi italiani conosciamo bene i nostri limiti e siamo quindi abituati a dare poco valore alla società civile e all’individuo, proprio perché sappiamo che è da lì che vengono i nostri problemi. Siamo cioè portati a sviluppare un sistema che possa ingabbiare il cittadino in modo che gli eviti di provocare danni. Quindi giù a scrivere leggi, giù a dibattere di regionalismo, federalismo, e così via. Dimenticando che l’obiettivo dell’apparato statale è garantire il funzionamento della società, non contro ma a favore del cittadino. Quindi la Costituzione che è il fondamento della nazione, dovrebbe, prima di tutto, stabilire che tipo di società è quella che si vuole fondare, quali sono i suoi scopi, i suoi valori, i principi su cui poi lo Stato, la macchina burocratica, deve basarsi.
La nostra Costituzione attuale è un insieme di tutto miscelato; di valori fondanti messi insieme a diritti e doveri, forme di governo regionale, patti con la chiesa, e altro. Insomma tutta la prima parte è una lista di cose messe giù per accontentare le spinte centrifughe di quel momento. In un paese ancora non pacificato, di vincitori ed amici di quelli che avevano vinto, si cercò di accontentare un po’ tutti. Anche Ostellino qualche giorno fa, con una tesi che non condivido ma rispetto, ha richiamato l’attenzione sul fatto che la nostra Repubblica sia fondata sul lavoro, che è si un aspetto significativo della vita dell’uomo, ma non possiamo considerarlo fondante di una nazione.
Per questo siamo convinti che si debba cominciare dalla tabula rasa, dai valori che la Costituzione deve indicare a fondamento dello stato. E’ da lì, dai principi fondamentali, che bisogna partire per riscriverla. Stabiliti quali sono i valori posti alla base della nazione, si può passare a definire i diritti e doveri del cittadino, in linea con i valori che si sono individuati come fondanti; dopo si può arrivare a discutere della forma dell’apparato statale. Parlare di valori alla base della nazione non significa parlare di cose astratte. Ai valori sono collegati dei diritti e dei doveri, ed i valori si trasmettono attraverso l’educazione dell’individuo.
Riprendiamo un esempio già fatto altre volte: porre la dignità dell’uomo, come valore fondante della nazione, significa anche tutelare i diritti che garantiscono l’indipendenza economica del cittadino, che è un aspetto importante per la salvaguardia della dignità di una persona. Un diritto ben noto a tutti è quello della proprietà privata, alla base della libertà e dello sviluppo economico. Ma per quelle persone che non possono accedere alla proprietà, cosa farebbe lo stato per tutelare la loro dignità? In un paese dove la spesa destinata alla socialità viene impiegata quasi tutta per il pagamento delle pensioni significherebbe incidere profondamente nella ripartizione di questi fondi. Questo è un esempio di come i valori possano diventare qualcosa di estremamente concreto incidendo sul funzionamento dell’apparato statale. Il valore si evolve da principio fondamentale, a diritto positivo a grandezza economica, senza soluzione di continuità.
Investire sui valori di una nazione significa anche investire sul futuro dei suoi figli, significa costruire un sistema educativo in grado di trasmettere questi valori, significa lavorare per portare la politica fuori dalle secche ideologiche in cui è ancora oggi.
Noi abbiamo identificato questi valori nello statuto del Partito Democratico, potete leggerli sul sito, e siamo convinti che da lì bisogna partire per arrivare a cambiare questo paese, a trasformarlo in un paese evoluto in grado di affrontare le sfide che la storia sta ponendo, non solo a noi ma a tutta la civiltà occidentale. Abbiamo fondato il nostro partito perché siamo convinti che il sistema attuale non possa, e non voglia, riformarsi e che sia necessario portare un momento di discontinuità perché ciò avvenga. Noi pensiamo di essere questo momento di discontinuità del pensiero politico.

Unitevi a noi per far crescere la spinta al cambiamento.
MF
pubblicato da Segreteria     alle 11:00     Commenti 5 Commenti