LA COSTITUZIONE DA CAMBIARE (seguito)
In un articolo di oggi sul Corriere della Sera il prof. Sartori, ritorna, continuando un dibattito aperto con alcuni costituzionalisti, sulla necessità di cambiare la riforma costituzionale introdotta nella precedente legislatura dal governo di centro destra.
Esattamente 12 anni fa in un saggio dal titolo “Un nuovo patto”, diventato poi il manifesto politico del Partito Democratico, abbiamo cominciato a parlare della necessità di modificare la Costituzione per adeguarla alle mutate esigenze della società. Inutile dire che in quel momento nessuno si curò di darci un minimo di attenzione; il paese era ancora immerso nel periodo di tangentopoli e, negli anni successivi, c’erano altre cose da fare. Il fatto che oggi esista un dibattito, in corso tra insigni giuristi, sul tema non può che farci piacere.
Purtroppo però, come spesso accade nel nostro paese, il fuoco del dibattito è spostato non sul cuore del problema ma sui contorni; modificare la Costituzione significa discutere sulla forma dello Stato, sui suoi organismi e sul suo funzionamento. Non parliamo dell’obiettivo, ma dello strumento; non si discute sul fine della Costituzione, ma sul mezzo. Mi sono oramai convinto che questo sia dovuto alla scarsa considerazione che come cittadini abbiamo della nostra comunità. Noi italiani conosciamo bene i nostri limiti e siamo quindi abituati a dare poco valore alla società civile e all’individuo, proprio perché sappiamo che è da lì che vengono i nostri problemi. Siamo cioè portati a sviluppare un sistema che possa ingabbiare il cittadino in modo che gli eviti di provocare danni. Quindi giù a scrivere leggi, giù a dibattere di regionalismo, federalismo, e così via. Dimenticando che l’obiettivo dell’apparato statale è garantire il funzionamento della società, non contro ma a favore del cittadino. Quindi la Costituzione che è il fondamento della nazione, dovrebbe, prima di tutto, stabilire che tipo di società è quella che si vuole fondare, quali sono i suoi scopi, i suoi valori, i principi su cui poi lo Stato, la macchina burocratica, deve basarsi.
La nostra Costituzione attuale è un insieme di tutto miscelato; di valori fondanti messi insieme a diritti e doveri, forme di governo regionale, patti con la chiesa, e altro. Insomma tutta la prima parte è una lista di cose messe giù per accontentare le spinte centrifughe di quel momento. In un paese ancora non pacificato, di vincitori ed amici di quelli che avevano vinto, si cercò di accontentare un po’ tutti. Anche Ostellino qualche giorno fa, con una tesi che non condivido ma rispetto, ha richiamato l’attenzione sul fatto che la nostra Repubblica sia fondata sul lavoro, che è si un aspetto significativo della vita dell’uomo, ma non possiamo considerarlo fondante di una nazione.
Per questo siamo convinti che si debba cominciare dalla tabula rasa, dai valori che la Costituzione deve indicare a fondamento dello stato. E’ da lì, dai principi fondamentali, che bisogna partire per riscriverla. Stabiliti quali sono i valori posti alla base della nazione, si può passare a definire i diritti e doveri del cittadino, in linea con i valori che si sono individuati come fondanti; dopo si può arrivare a discutere della forma dell’apparato statale. Parlare di valori alla base della nazione non significa parlare di cose astratte. Ai valori sono collegati dei diritti e dei doveri, ed i valori si trasmettono attraverso l’educazione dell’individuo.
Riprendiamo un esempio già fatto altre volte: porre la dignità dell’uomo, come valore fondante della nazione, significa anche tutelare i diritti che garantiscono l’indipendenza economica del cittadino, che è un aspetto importante per la salvaguardia della dignità di una persona. Un diritto ben noto a tutti è quello della proprietà privata, alla base della libertà e dello sviluppo economico. Ma per quelle persone che non possono accedere alla proprietà, cosa farebbe lo stato per tutelare la loro dignità? In un paese dove la spesa destinata alla socialità viene impiegata quasi tutta per il pagamento delle pensioni significherebbe incidere profondamente nella ripartizione di questi fondi. Questo è un esempio di come i valori possano diventare qualcosa di estremamente concreto incidendo sul funzionamento dell’apparato statale. Il valore si evolve da principio fondamentale, a diritto positivo a grandezza economica, senza soluzione di continuità.
Investire sui valori di una nazione significa anche investire sul futuro dei suoi figli, significa costruire un sistema educativo in grado di trasmettere questi valori, significa lavorare per portare la politica fuori dalle secche ideologiche in cui è ancora oggi.
Noi abbiamo identificato questi valori nello statuto del Partito Democratico, potete leggerli sul sito, e siamo convinti che da lì bisogna partire per arrivare a cambiare questo paese, a trasformarlo in un paese evoluto in grado di affrontare le sfide che la storia sta ponendo, non solo a noi ma a tutta la civiltà occidentale. Abbiamo fondato il nostro partito perché siamo convinti che il sistema attuale non possa, e non voglia, riformarsi e che sia necessario portare un momento di discontinuità perché ciò avvenga. Noi pensiamo di essere questo momento di discontinuità del pensiero politico.
Unitevi a noi per far crescere la spinta al cambiamento.
MF