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29 maggio 2006
COMUNICATE MENO E MEGLIO
Qui nescit tacere, nescit et loqui.
Non sa parlare chi non imparò a tacere.
(SENECA, Ep., 18)

I conti pubblici sono in uno stato talmente critico che il ministro Padoa Schioppa proporrà la chiusura dei cantieri dell’Anas e delle Ferrovie. Questa la notizia riportata dalle agenzie ieri a tarda sera.
I problemi della nazione, quelli veri, cominciano ad emergere: siamo un paese fermo, con scarsa produzione di beni a reale valore aggiunto la cui fabbricazione non possa quindi essere delocalizzata con facilità, con una popolazione che ha perso la fiducia e quindi la voglia di spendere. Il precedente governo aveva cercato di infondere in tutti i modi l’ottimismo, anche in modo grottesco – chi non ricorda gli spot con “Grazie!” che ti spingevano a comperare qualsiasi cosa, purché spendessi – ma gli italiani, questi zucconi, proprio non c’hanno voluto sentire. Adesso arriva il conto. Abbiamo un deficit che è tornato a risalire sopra i parametri che l’Europa può tollerare con, allo stesso tempo, un debito pubblico che ha pochi eguali. Ossia nonostante siamo pieni di debiti, continuiamo a spendere a mani basse, più degli altri.
Adesso quindi che facciamo? Blocchiamo i cantieri. Giusto: visto che non ci sono i soldi, come possiamo pensare di rifare il guardino, o tinteggiare la facciata? Dato che, tra l’altro, abbiamo un Ministro dell’Economia autorevole come pochi, nessuno può dubitare della bontà dell’analisi e della cura. La domanda tuttavia sorge spontanea. Siamo sicuri che, vista la situazione del malato, dicendogli che ha il cancro in questo modo, non ci muoia di infarto?
Dopo tante esternazioni dei giorni scorsi, dove ogni ministro – e si che ce ne sono – ha detto di voler cancellare anche quello che non era stato fatto, dopo una cena informale da domenica sera, che l’italiano medio si immagina conclusa davanti al ristorante con la mano alzata che saluta e il rimando alla telefonata del giorno dopo, era proprio opportuno, al bicchiere della staffa, tirar fuori una cosetta del genere? Sircana, l’uomo comunicazione di Prodi, aveva affermato, nei giorni scorsi, che questo governo non sarebbe ricorso ai talk show, ma avrebbe usato per lo più TG e giornali radio, molto meno di immagine e molto più efficaci. Alla faccia. Complimenti per la comunicazione.
Adesso, mi auguro che questa profezia sia smentita, vedremo Berlusconi che comincerà ad urlare al golpe, alle false dichiarazioni, alle menzogne della sinistra e tutto il rituale che viene di seguito. Se si volevano smorzare i toni ci sono davvero riusciti. Gli hanno ridato modo di salire sul palcoscenico e prendere in mano il microfono a tutela di quella metà degli italiani – lo dice lui – che hanno votato contro questa sinistra pessimista e disfattista.
Ma possibile che non hanno ancora imparato niente in termini di comunicazione? Berlusconi non è un politico – lo dice lui – ma è senza dubbio un uomo di spettacolo, e di comunicazione. Ci ha insegnato che la comunicazione è un rituale ripetitivo, pochi concetti semplici meglio ancora se banali, nel quale il contraddittorio è controproducente. Non a caso lui andava da Vespa più che in parlamento ad esternare. Si prende il microfono è si comincia a parlare senza mollarlo un attimo e senza rispondere alle repliche, ma ripentendo solo i concetti che ci interessano. La comunicazione non è un fine, ma un mezzo, uno strumento.
Invece cosa fa il governo? Butta lì un problemino da niente, senza uno straccio di dato a conferma, senza un minimo di spiegazione su cosa intenda fare per risolverlo, e lascia uno spazio infinito all’opposizione per elaborare una posizione critica e sparare ad alzo zero senza replica. Lasciando in più gli elettori con un senso di sconforto e di frustrazione drammatico: oddio, siamo senza una lira, e adesso? Chiuderanno i cantieri, licenzieranno migliaia di lavoratori, mamma mia la guerra civile. No, senti lascia stare quella spesa, facciamola il mese prossimo, ma serve proprio?
Mentre Berlusconi potrà di nuovo affermare – lo dice lui – che è riuscito a governare nel momento di maggiore crisi economica degli ultimi venti anni senza mettere le mani in tasca agli italiani, questi – dirà lui – non solo vogliono aumentare le tasse al ceto medio, ma non sanno far decollare l’economia.
Angela Merkel dicono abbia avuto la capacità di recuperare la fiducia dei tedeschi e con questo trainare la ripresa. L’economia, si sa, è un meccanismo che pone sulla fiducia, degli investitori e dei consumatori, le sue basi. Senza fiducia non ci sono ricette che tengano. Ora senza arrivare agli eccessi del berlusconismo che voleva vedere rosa anche dove rosa non c’era, si può pensare che questo governo abbia la capacità di ricucire questo paese? Ma signor Prodi, le promesse che ci avevate dato in campagna elettorale – ridare fiducia e speranza a questo paese – potete evitare di bruciarle almeno nei primi (cinquanta?) giorni di governo? Potete evitare di regalare la scena all’opposizione dandogli buon gioco per dire “l’avevamo detto”? Potete cercare di parlare al paese in modo organico mostrando i problemi che abbiamo ed indicando le soluzioni che avete in mente di attuare per risolverli? Tanto se aspettate un attimo in più, e insieme alla malattia dite anche la cura, non cambia niente.
Almeno adesso, volete giocarvela questa partita, con uno schema, oppure non vi riesce meglio che buttare la palla a fondo campo e farla prendere all’avversario?
pubblicato da Segreteria     alle 08:52     Commenti 0 Commenti
21 maggio 2006
LA COSTITUZIONE DA CAMBIARE
Sul Corriere della Sera di sabato 20 maggio Ostellino fa una riflessione su alcuni principi ispiratori della nostra Costituzione, arrivando ad auspicarne una profonda revisione. Commentando il discorso di insediamento del Presidente della Repubblica egli obietta che alcuni diritti citati come fondanti della nostra carta costituzionale, quali il lavoro, siano oggi non più tali e che altri diritti siano condizionati dal vincolo della pubblica utilità, e quindi l’individuo, e le sue libertà come quelle della proprietà privata e della libera impresa, sia subordinato alla collettività. Quindi, il suo giudizio, è che la prima parte della Costituzione sia da riformare per liberarla dai vincoli di collettivismo che ancora porta con se, retaggio di quei prodromi di comunismo che nel ’48 ne influenzarono la stesura e poi avrebbero condizionato buona parte della storia italiana del dopoguerra.

Premesso che chi scrive è convinto, e ne abbia scritto, da oltre un decennio che la nostra Costituzione abbia necessità di essere rivisitata nei principi ispiratori che sono alla base, i motivi che riportati nell’articolo di Ostellino, di cui apprezzo la coerenza del pensiero liberale, non mi convincono a fondo.
Il fatto che il lavoro sia una merce non è infatti cosa di oggi; se per merce si intende la rispondenza ai principi di relazione tra domanda ed offerta che sono alla base della logica di mercato, il lavoro risponde perfettamente a tali criteri e quindi, sotto questo punto di vista, possiamo considerarlo una merce. Ma a questa logica il lavoro ha sempre risposto, fin dai tempi della rivoluzione industriale e sicuramente anche quando venne stesa la nostra Costituzione.
Anche la proprietà stessa si esercita su dei beni, che possiamo considerare a tutti gli effetti delle merci in quanto rispondono alla logica della domanda ed offerta. Ma non per questo consideriamo la proprietà un diritto minore; essa è e rimane un diritto inviolabile attraverso il quale l’individuo possiede ed accresce un suo patrimonio, che, consentendogli indipendenza economica e ricchezza, lo rendono in grado, se vuole, di migliorare la propria posizione all’interno della società civile e cogliere tutte le opportunità di sviluppo della propria persona. Nessuno, credo, si sentirebbe in diritto di considerare la proprietà privata un diritto da non salvaguardare, o minore, in quanto sia collegata a delle merci.
Il lavoro tuttavia, per quanto risponda alla logica descritta, è esso stesso un diritto poiché, al pari della proprietà, attraverso di esso, gli individui operosi, possono migliorare la propria condizione economica e sociale e quindi cogliere al meglio le opportunità di sviluppo che la società consente loro. Se, come tale, la Costituzione lo considera uno dei valori fondanti della società e quindi come principio lo identifica quale diritto, non significa che per questo essa (Costituzione) sia da riformare.
La salute allora, cos’è? Una merce o un diritto del cittadino? La stessa salute infatti risponde appieno alla logica del mercato, e quindi possiamo considerarla una merce al pari del lavoro. Anzi, tutti auspicheremmo che, nella gestione della salute, fossero applicati al meglio i criteri di produzione industriale, affinché il costo ne risulti avvantaggiato e le casse dello stato ne risentano positivamente. Auspicio che, ahinoi, è puntualmente disatteso. Per questo motivo tuttavia non credo che qualcuno possa affermare che la salute non è un servizio che lo stato deve garantire ai suoi cittadini, e come tale un diritto da salvaguardare. E con esso potremmo citare altri diritti – l’istruzione, la sicurezza – che fanno capo all’individuo e ai quali lo stato deve corrispondere adeguati servizi e garantirne la tutela.
Tra i servizi che lo stato deve garantire, ce ne sono alcuni necessari all’individuo affinché esso possa sviluppare la sua persona e, proprio in una logica liberale, essere al centro, motore dello sviluppo, del progredire della società civile. Questi servizi sono una merce che non può tuttavia rispondere alla logica degli altri beni, ma, alcuni di essi, sono al tempo stesso servizi e diritti dell’individuo se si vuole che a tutti siano date le stesse opportunità. Come tali devono essere salvaguardati dal diritto positivo che regola le leggi dello stato. Il dovere dello stato è erogarli e quello del cittadino pagare le tasse affinché lo stato abbia le risorse per produrli; questo lo diceva Hume circa nel 1750, beato lui che non vede come siamo combinati.

Il problema della riforma della Costituzione non si risolve eliminando dai suoi principi i riferimenti a tali diritti, anche perché non si capisce bene da cosa dovrebbero essere sostituiti, ma questo lo vediamo dopo.
Prima vorrei citare un altro tema riportato nell’articolo di Ostellino, il fatto che i diritti dell’individuo siano subordinati a quelli collettivi della società. Per accettare questo principio vorrei dire che non bisogna essere dei bolscevichi, né sono illiberali coloro, come il sottoscritto, che considerano la collettività un valore supremo, ed il bene collettivo da salvaguardare sopra l’interesse dell’individuo. Essere un liberale non vuol dire soprassedere a questi principi, quanto invece mantenere l’individuo ed il suo sviluppo al centro dell’interesse dello stato e del fine della società, ricordando tuttavia che la stessa società è composta dall’insieme degli individui e salvaguardarne l’interesse significa tutelare anche quello degli individui che nei principi di quella società si sono riconosciuti ed hanno deciso di conviverne.
La separazione tra liberali e liberisti passa anche da questo confine. Il modello a cui ci ispiriamo vede l’individuo al centro di un sistema in cui sono presenti al contempo uno stato liberale, leggero nelle leggi e negli interventi, ed una società civile fondata sulla salvaguardia e sul rispetto della civile convivenza tra persone.
Siamo così arrivati al tema del perché anche noi crediamo che sia necessario costruire un nuovo patto sociale, mettendo mano alla Costituzione, nei suoi principi ispiratori, ma anche al modello di società che ne deriva. La Costituzione è una tabula rasa sulla quale si fonda la società, e sui cui principi i cittadini che decidono di vivere insieme, in quel territorio e con quella popolazione, si riconoscono. Come tale, in essa dovrebbero esser contenuti i valori su cui la società decide di fondarsi. Essi sono le fondamenta dello Stato. Come tali i valori non sono negoziabili e, prima ancora di essere riferiti ai singoli individui, essi identificano i mattoni con cui lo Stato è stato fondato, ed il fine ultimo a cui la collettività aspira e decide di rispettare.
I valori sono dei principi universali in cui i cittadini si riconoscono, che intendono tutelare e rispettare e attraverso i quali essi sono tutelati e rispettati. I valori sono il fine, i diritti sono il mezzo. Dai valori derivano i diritti e le obbligazioni, che sono invece legati all’individuo.
Per noi i valori su cui si dovrebbe fondare la nostra Costituzione sono la libertà, l’uguaglianza, la dignità, la solidarietà, la fratellanza, il rispetto. Tutto questo è scritto nello statuto del Partito Democratico.

Immaginate un futuro in cui lo stato tuteli la dignità dell’individuo prima ancora che il lavoro o la proprietà privata. Provate a pensare quali cambiamenti sarebbero necessari per affermare e tutelare questo valore nella società; provate a pensare come dovrebbe cambiare la spesa sociale, oppure come garantire questo principio a chi non può contare sul beneficio economico della proprietà privata, oppure come dovrebbe cambiare la spesa sanitaria, oppure come coniugare le grandi scelte in tema di etica di morale. Cambiare la Costituzione in questo senso non significa scrivere degli astratti principi ma portare un cambiamento profondo nella struttura della società e dello stato.

Chiudete gli occhi e provate ad immaginare di vivere in una società come questa.
MF
pubblicato da Segreteria     alle 19:51     Commenti 0 Commenti
14 maggio 2006
PALLE E PALLONI
Ci tocca parlare di calcio, non si può evitare perché, anche se ad una parte degli italiani non interessa, è senza dubbio una faccenda di costume, o meglio di malcostume, come molte cose che capitano nel nostro paese.
Da noi si usa dare importanza alle cose frivole, per non affrontare quelle importanti. Se gli italiani avessero usato il pallone per quello che è, un gioco, non saremmo certo in questa situazione; mentre invece siamo arrivati al punto che è stato il pallone ad usare gli italiani. In questi giorni ci sono almeno dieci pagine dei maggiori giornali, dedicati a questa vicenda. Assurdo. Se guardiamo la storia per quella che è ne emerge il suo valore relativo: un piccolo manipolo di persone taroccava le partite, sovvertendo le leggi del gioco, decidendo vittorie e sconfitte non in funzione della bravura, o della fortuna, delle squadre ma a tavolino con guadagni illeciti per gli arbitri. E allora? Arrestateli, metteteli in gattabuia, impariamo la lezione che quando circolano troppi soldi non può che andare così, e buonanotte ai suonatori. Invece no: giorni e giorni a discutere, a leggere di intercettazioni che riportano frasi con sequela di parolacce in una lingua talora incomprensibile, di giudizi sul rapporto tra calcio e politica, di vicende penose di veline sconvolte e ragazzetti che si giocavano la settimana, milionaria, tra scommesse e vizi. Ma chi ha costruito tutta questa buffonata, chi ha creato personaggi improbabili che riempiono le settimane a commentare, a dire sciocchezze, a disquisire di schemi, gioco e altro? Abbiamo sopportato di vedere gente guadagnare fiumi di denaro, immeritato, che sarebbe bastato per risolvere problemi enormi in qualche paese sottosviluppato. Qualcuno si è mai alzato a dire basta? Qualcuno ha mai detto che in fondo si tratta di ventidue cristiani che, in mutande, corrono dietro ad una sfera? Niente. Adesso ci dicono che il calcio va riformato, che quello che c’è di buono va salvato, e pensano di usare personalità di altissimo livello, come se non avessimo alcun altro problema su cui impegnarle, per riformare il sistema. Ma chi se ne frega del sistema calcio. Chi se ne frega della mondanità di questi quattro ragazzotti, e delle loro veline, di quello che fanno in vacanza, di cosa pensano e quant’altro. Chi se ne frega di quella massa di ignoranti che non hanno altro da fare che riempire gli spalti, e talora le strade, a rompersi le ossa per tutto questo.
I veri sconfitti siamo noi che, oltre ad aver sopportato tutto ciò, adesso, che ci sarebbe l’occasione per rimettere le cose al loro posto, dobbiamo sobbarcarci l’onere di sentire tutta questa retorica. Se volete riformare il calcio, mandatelo a fondo, radete a zero la moltitudine di interessi che ruota intorno ad esso, bloccate il campionato per una stagione e ripartite daccapo. Allora forse, nel frattempo, ci saremo resi conto che esiste qualcosa di altro, anche nello sport stesso, di cui interessarsi.
Ma tutto questo non accadrà, vedremo la solita serie di mea culpa, di facce contrite, di battute di petto con insieme di buoni propositi, e tutto finirà come sempre in questo paese: a tarallucci e vino.
Fino al giorno in cui scopriremo che l’ennesimo arbitro, che doveva far rispettare le regole del gioco, era corrotto e delle regole, del loro rispetto, ne faceva carne di porco. E tutti quanti cadranno ancora dal pero, basiti, meravigliati di quanto è successo, ad urlare improperi contro il soggetto di turno.

Ma dopo tutto quello che è successo nel nostro paese, vogliamo ancora stupirci se l'arbitro non è imparziale?
pubblicato da Segreteria     alle 16:31     Commenti 0 Commenti
07 maggio 2006
E SE DOMANI
La Regione Sardegna ha approvato una legge per cui chi possiede una casa sull’isola e risiede in un’altra regione, a parte alcune eccezioni a tutela di chi è emigrato, deve pagare una sopratassa piuttosto elevata. La tassa aumenta in misura proporzionale alla superficie ed alla vicinanza alla costa. Secondo un calcolo approssimativo Berlusconi, che esagera nelle sue manifestazioni di opulenza, andrebbe a pagare una tassa di circa 45mila euro l’anno. E’ quindi una tassa che intende prelevare dal lusso, seconde case non destinate a residenza primaria, e colpire chi ha speculato deturpando la bellezza del paesaggio. Insieme a questi vengono tassati altri, per così dire, lussi come barche superiori ai 14 metri che attraccano sulla costa o aerei privati che atterrano.

Premesso che non vogliamo discutere sull’efficacia di questi provvedimenti, sarà il tempo a dire chi aveva ragione rispetto agli impatti sul turismo dell’isola, la nostra attenzione vuole soffermarsi su un punto specifico: l’uguaglianza del cittadino di fronte alle leggi dello stato, sancita dalla nostra costituzione.
Lo scopo di questa tassa lo abbiamo detto prima è ridare ad una regione da cui in molti hanno prelevato colpendo il lusso e la speculazione. Di per sé un fine legittimo e, diciamo pure, di giustizia.
La cosa che ci lascia perplessi, e che crea un pericoloso precedente, è il principio di diritto che sottende alla legge stessa. Secondo il nostro ordinamento infatti il bene tassato è sottoposto al medesimo diritto d’uso e godimento del legittimo proprietario, diritto che è uguale per tutti i cittadini dello stato italiano. I diritti, ed i doveri fiscali, di chi lo possiede possono variare in funzione dell’uso del bene, o della sua destinazione, ma non in base alla residenza del proprietario
Ossia una seconda casa, o una casa costruita rovinando il territorio ed il paesaggio, è la medesima sia che a possederla sia una cittadino di quella o di un’altra regione. Perché mai dovrebbe essere tassata in maniera diversa, in funzione non del bene in sé ma della residenza, o del luogo di nascita, del proprietario? Per caso la seconda casa è meno di lusso se a possederla è un cittadino della regione? Per caso una speculazione sul territorio è meno grave se commessa da un cittadino di quella regione? Vogliamo dire che la Sardegna è dei sardi e quindi che gli stranieri, italiani sempre, rendano ciò che hanno espropriato? Si può fare, ma si introduce un precedente che in tempi di federalismo selvaggio diventa molto pericoloso.

E se domani una regione, con un sistema sanitario efficiente a cui ricorrono cittadini da altre parti del paese, decidesse di imporre una sovrattassa, su una particolare cura, in funzione non del servizio reso, ma del fatto che chi lo riceve risiede o meno in quel territorio, sarebbe considerato giusto? O magari una regione, in cui siano presenti ottime università, potrebbe decidere che l’accesso allo studio in quel istituto ha un costo diverso in funzione della provenienza dei suoi studenti. Il principio di sussidiarietà su cui il sistema federale deve basarsi, per evitare che esploda a causa dei mille particolarismi locali, sarebbe annullato.
Sarebbe bene pensare che domani qualcuno può sempre cominciare a decidere che il bilancio del dare e dell’avere lo vede sfavorito; in realtà ognuno partecipa alla ricchezza della nazione dando ma sicuramente anche prelevando, ed il risultato non è così immediato da capire. Senza il contributo e l’aiuto dei nostri vicini le nostre forze sarebbero le stesse?

E se domani…
pubblicato da Segreteria     alle 21:31     Commenti 0 Commenti
01 maggio 2006
LE ROTTE PERDUTE
A fine aprile è scaduto il decreto per il rinnovo della concessione aerea per le rotte da e per la Sardegna, con destinazioni allocate in concessione privilegiata (monopolio) a Meridiana, AirOne e Alitalia. Ebbene in Alitalia, a quanto ci è dato sapere, si sono dimenticati di chiedere il rinnovo. La conseguenza è che domani mattina i clienti che hanno acquistato un biglietto con Alitalia, per esempio sulla tratta Roma Cagliari, saranno trasportati dalle altre compagnie, per un accordo trovato all'ultimo minuto tra queste e l’Enac.
A rigor di legge Alitalia è fuori dal trasporto in Sardegna, che lo scorso anno le ha comunque fruttato qualche milione di passeggeri, e dove, allo scalo di Cagliari, ha circa 100 dipendenti, che a questo punto sono senza lavoro. Senza voler entrare nel merito della giustezza o meno di questa legislazione, che a fronte della garanzia di tariffe iperscontate per i residenti sardi assicura un regime di quasi monopolio su queste tratte (la così detta continuità territoriale), ci chiediamo qual è il fine di una legge, che sappiamo perfettamente verrà disattesa? Chi crede, infatti, che un accordo non sarà trovato? Chi crede che Alitalia verrà lasciata fuori dalle rotte sarde? Vedremo il solito balletto, la solita occupazione di qualche banco di check-in, il sit-in dei lavoratori sardi dell’Alitalia e poi, alla fine, con un accordo in punta di diritto che troverà la soluzione per cui la compagnia di bandiera sarà riammessa finirà tutto a tarallucci e vino.
Ma allora, ci chiediamo, che paese è questo dove lo stato emana una legge che stabilisce delle scadenze, che vengono disattese dal management di una compagnia partecipata dallo stesso stato, il quale stato alla fine troverà la soluzione per aggirare e quindi rendere vana la sua stessa legge? Ci chiediamo anche come può una compagnia aerea in grave crisi, con i ricavi in caduta libera, avere un management che dimentica di presentare la richiesta per il rinnovo di un business in tempo utile? Qualcuno pagherà per questa “dimenticanza”, oppure vogliamo continuare con l’impunità per questi incapaci che tanto fanno per buttare alle ortiche l’ennesimo asset del nostro paese?
Se guardiamo come i francesi hanno saputo risanare Air France, una compagnia che era sull’orlo del baratro, ci rendiamo conto, ancora una volta, che tra noi ed il resto dell’Europa che conta c’è un abisso, che forse dobbiamo cominciare ad ammettere non sia colmabile. Allora i casi di dabbenaggine cominciano a diventare veramente troppi per credere che sia solo stupidità e non mala fede. Se ci viene il dubbio che questa compagnia si stia facendo colare a picco in modo poi, magari, di rilevarla senza quattrini, risanarla, e magari rivenderla facendo plusvalenze enormi, facciamo peccato? Forse, ma come si dice: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina.
Il fatto è che una volta avevamo i monopoli di stato: le telecomunicazioni, l’energia, il trasporto aereo e ferroviario, le autostrade. Queste aziende nulla avevano come concetto di servizio, i loro clienti erano insoddisfatti (tanto che venivano chiamati utenti), avevano una gestione del personale clientelare, ma sicuramente garantivano che i ritorni rimanessero allo stato, sia in termini di profitti che di assett. Dopo i risultati delle privatizzazioni di Telecom, Enel, e, dulcis in fundo, Autostrade, possiamo avere il dubbio che le cose stiano andando come diciamo noi?

Alla prossima.
MF
pubblicato da Segreteria     alle 22:10     Commenti 0 Commenti