LA COSTITUZIONE DA CAMBIARE
Sul Corriere della Sera di sabato 20 maggio Ostellino fa una riflessione su alcuni principi ispiratori della nostra Costituzione, arrivando ad auspicarne una profonda revisione. Commentando il discorso di insediamento del Presidente della Repubblica egli obietta che alcuni diritti citati come fondanti della nostra carta costituzionale, quali il lavoro, siano oggi non più tali e che altri diritti siano condizionati dal vincolo della pubblica utilità, e quindi l’individuo, e le sue libertà come quelle della proprietà privata e della libera impresa, sia subordinato alla collettività. Quindi, il suo giudizio, è che la prima parte della Costituzione sia da riformare per liberarla dai vincoli di collettivismo che ancora porta con se, retaggio di quei prodromi di comunismo che nel ’48 ne influenzarono la stesura e poi avrebbero condizionato buona parte della storia italiana del dopoguerra.
Premesso che chi scrive è convinto, e ne abbia scritto, da oltre un decennio che la nostra Costituzione abbia necessità di essere rivisitata nei principi ispiratori che sono alla base, i motivi che riportati nell’articolo di Ostellino, di cui apprezzo la coerenza del pensiero liberale, non mi convincono a fondo.
Il fatto che il lavoro sia una merce non è infatti cosa di oggi; se per merce si intende la rispondenza ai principi di relazione tra domanda ed offerta che sono alla base della logica di mercato, il lavoro risponde perfettamente a tali criteri e quindi, sotto questo punto di vista, possiamo considerarlo una merce. Ma a questa logica il lavoro ha sempre risposto, fin dai tempi della rivoluzione industriale e sicuramente anche quando venne stesa la nostra Costituzione.
Anche la proprietà stessa si esercita su dei beni, che possiamo considerare a tutti gli effetti delle merci in quanto rispondono alla logica della domanda ed offerta. Ma non per questo consideriamo la proprietà un diritto minore; essa è e rimane un diritto inviolabile attraverso il quale l’individuo possiede ed accresce un suo patrimonio, che, consentendogli indipendenza economica e ricchezza, lo rendono in grado, se vuole, di migliorare la propria posizione all’interno della società civile e cogliere tutte le opportunità di sviluppo della propria persona. Nessuno, credo, si sentirebbe in diritto di considerare la proprietà privata un diritto da non salvaguardare, o minore, in quanto sia collegata a delle merci.
Il lavoro tuttavia, per quanto risponda alla logica descritta, è esso stesso un diritto poiché, al pari della proprietà, attraverso di esso, gli individui operosi, possono migliorare la propria condizione economica e sociale e quindi cogliere al meglio le opportunità di sviluppo che la società consente loro. Se, come tale, la Costituzione lo considera uno dei valori fondanti della società e quindi come principio lo identifica quale diritto, non significa che per questo essa (Costituzione) sia da riformare.
La salute allora, cos’è? Una merce o un diritto del cittadino? La stessa salute infatti risponde appieno alla logica del mercato, e quindi possiamo considerarla una merce al pari del lavoro. Anzi, tutti auspicheremmo che, nella gestione della salute, fossero applicati al meglio i criteri di produzione industriale, affinché il costo ne risulti avvantaggiato e le casse dello stato ne risentano positivamente. Auspicio che, ahinoi, è puntualmente disatteso. Per questo motivo tuttavia non credo che qualcuno possa affermare che la salute non è un servizio che lo stato deve garantire ai suoi cittadini, e come tale un diritto da salvaguardare. E con esso potremmo citare altri diritti – l’istruzione, la sicurezza – che fanno capo all’individuo e ai quali lo stato deve corrispondere adeguati servizi e garantirne la tutela.
Tra i servizi che lo stato deve garantire, ce ne sono alcuni necessari all’individuo affinché esso possa sviluppare la sua persona e, proprio in una logica liberale, essere al centro, motore dello sviluppo, del progredire della società civile. Questi servizi sono una merce che non può tuttavia rispondere alla logica degli altri beni, ma, alcuni di essi, sono al tempo stesso servizi e diritti dell’individuo se si vuole che a tutti siano date le stesse opportunità. Come tali devono essere salvaguardati dal diritto positivo che regola le leggi dello stato. Il dovere dello stato è erogarli e quello del cittadino pagare le tasse affinché lo stato abbia le risorse per produrli; questo lo diceva Hume circa nel 1750, beato lui che non vede come siamo combinati.
Il problema della riforma della Costituzione non si risolve eliminando dai suoi principi i riferimenti a tali diritti, anche perché non si capisce bene da cosa dovrebbero essere sostituiti, ma questo lo vediamo dopo.
Prima vorrei citare un altro tema riportato nell’articolo di Ostellino, il fatto che i diritti dell’individuo siano subordinati a quelli collettivi della società. Per accettare questo principio vorrei dire che non bisogna essere dei bolscevichi, né sono illiberali coloro, come il sottoscritto, che considerano la collettività un valore supremo, ed il bene collettivo da salvaguardare sopra l’interesse dell’individuo. Essere un liberale non vuol dire soprassedere a questi principi, quanto invece mantenere l’individuo ed il suo sviluppo al centro dell’interesse dello stato e del fine della società, ricordando tuttavia che la stessa società è composta dall’insieme degli individui e salvaguardarne l’interesse significa tutelare anche quello degli individui che nei principi di quella società si sono riconosciuti ed hanno deciso di conviverne.
La separazione tra liberali e liberisti passa anche da questo confine. Il modello a cui ci ispiriamo vede l’individuo al centro di un sistema in cui sono presenti al contempo uno stato liberale, leggero nelle leggi e negli interventi, ed una società civile fondata sulla salvaguardia e sul rispetto della civile convivenza tra persone.
Siamo così arrivati al tema del perché anche noi crediamo che sia necessario costruire un nuovo patto sociale, mettendo mano alla Costituzione, nei suoi principi ispiratori, ma anche al modello di società che ne deriva. La Costituzione è una tabula rasa sulla quale si fonda la società, e sui cui principi i cittadini che decidono di vivere insieme, in quel territorio e con quella popolazione, si riconoscono. Come tale, in essa dovrebbero esser contenuti i valori su cui la società decide di fondarsi. Essi sono le fondamenta dello Stato. Come tali i valori non sono negoziabili e, prima ancora di essere riferiti ai singoli individui, essi identificano i mattoni con cui lo Stato è stato fondato, ed il fine ultimo a cui la collettività aspira e decide di rispettare.
I valori sono dei principi universali in cui i cittadini si riconoscono, che intendono tutelare e rispettare e attraverso i quali essi sono tutelati e rispettati. I valori sono il fine, i diritti sono il mezzo. Dai valori derivano i diritti e le obbligazioni, che sono invece legati all’individuo.
Per noi i valori su cui si dovrebbe fondare la nostra Costituzione sono la libertà, l’uguaglianza, la dignità, la solidarietà, la fratellanza, il rispetto. Tutto questo è scritto nello statuto del Partito Democratico.
Immaginate un futuro in cui lo stato tuteli la dignità dell’individuo prima ancora che il lavoro o la proprietà privata. Provate a pensare quali cambiamenti sarebbero necessari per affermare e tutelare questo valore nella società; provate a pensare come dovrebbe cambiare la spesa sociale, oppure come garantire questo principio a chi non può contare sul beneficio economico della proprietà privata, oppure come dovrebbe cambiare la spesa sanitaria, oppure come coniugare le grandi scelte in tema di etica di morale. Cambiare la Costituzione in questo senso non significa scrivere degli astratti principi ma portare un cambiamento profondo nella struttura della società e dello stato.
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare di vivere in una società come questa.
MF