LETTERA PER UN VOTO ASPETTATO
In questi mesi abbiamo ricevuto moltissime mail nella quali ci venivano chieste principalmente tre cose: chi siete, perché avete fondato il Partito Democratico e qual è il vostro programma.
Alla prima domanda abbiamo risposto direttamente, a tutte le persone che ci hanno scritto, e molti sono stati coloro che si sono uniti a questo progetto. A tutti abbiamo comunicato gli unici nomi che possono essere resi pubblici, per ora, che sono i fondatori del Partito Democratico; cosa avvenuta, tra l’altro, per atto pubblico e quindi a disposizione di chiunque. Vogliamo subito togliervi il dubbio di avere dietro chissà quali interessi occulti, o uomini politici che vogliono rimanere nell’ombra, o poteri che vogliono raggiungere chissà quale scopo. Siamo solo semplici cittadini che si stanno organizzando per fare qualcosa di nuovo in politica, e poi vedremo cosa è questo nuovo.
Il nostro interesse, in questa fase, è soprattutto diffondere le idee in cui crediamo e costruire consenso e partecipazione civile. Per questo motivo abbiamo omesso di dare pubblicità alle cariche ed alle persone; per ora non sono importanti gli uomini, ma le idee ed i valori che il progetto ha in sé. Non stiamo cercando notorietà, non partecipiamo alle elezioni, ed è nostro interesse non essere coinvolti in strumentalizzazioni di alcun genere, visto il periodo. Questa non è un’iniziativa speculativa, non ha alcun legame con nessun altra organizzazione politica.
Veniamo alla seconda domanda: perché abbiamo fondato il Partito Democratico. Noi pensiamo che la politica debba uscire dal modello ideologico a cui è ancorata, e da cui non riesce a liberarsi. Perché ciò avvenga bisogna ribaltare i canoni del pensiero politico, abbandonando le categorie di destra e sinistra a cui siamo abituati, che portano con sé un retro pensiero di negatività che viene costantemente addebitato alla controparte. Comunisti, fascisti, sono gli attribuiti che sentiamo continuamente ascrivere all’avversario politico e che portano con sé il debito a cui sono legati dalla storia.
Bisogna muoversi verso le categorie politiche di progresso e conservazione. Parlare di progressisti e di conservatori non è la stessa cosa che parlare di destra e sinistra, e non si tratta di sterile nominalismo, di cambiare nome mantenendo lo stesso approccio. Si tratta di assumere due logiche nuove, due modelli politici meno statici nell’evoluzione storica, che consentono maggiore identificazione, ma al tempo stesso maggiore mobilità ad un elettorato che sempre meno si sente ancorato ad un unica posizione politica, che non ha più un’identità di matrice ideologica, che vuole essere libero di scegliere sia per i valori che vengono rappresentati dalle forze politiche che per i programmi, di evoluzione o di conservazione, del sistema di cui in quel momento la società, ed il cittadino, sente il bisogno.
La scorsa settimana Casini, rivolgendosi a Berlusconi che parlava di un partito popolare degli italiani ha dichiarato che per portare un vero cambiamento è necessaria una discontinuità politica ed organizzativa; probabilmente anche gli uomini politici attuali cominciano a comprendere che una rivoluzione è alle porte. Del resto l’esempio di Kadima in Israele è sotto gli occhi di tutti. Noi siamo infatti convinti che la discontinuità sia necessaria per far evolvere il sistema nostro attuale sistema politico. Abbiamo anche provato, senza successo, a dialogare con il sistema esistente ma ci siamo resi conto che era inutile, poiché esso è quanto di più inamovibile ci possa essere, chiuso alle istanze provenienti dall’esterno, senza nessuna tendenza reale al cambiamento ma, soprattutto, fatto da un insieme di professionisti della politica autoreferenziati, che non hanno alcun interesse al rinnovamento.
Perché avvenga un reale cambiamento è necessario pensare con discontinuità e quindi progettare un partito nuovo che parta dalla società civile, che non veda sovrastrutture che tendono all’ingessamento ed alla stasi perché nulla cambi, che sia in grado di essere permeato dalle esigenze della società, che dialoghi e si confronti sui programmi con i suoi iscritti, che sappia discutere dei reali problemi che la società deve affrontare per rinnovarsi ed affrontare la fase di cambiamento che la storia impone al modello occidentale.
L’ ultima risposta è sul programma. Noi vogliamo essere un partito progressista, un partito che vuole costruire un nuovo modello di rapporto tra il cittadino e lo stato, che vuole riportare la politica a quel primato di guida che in questi anni ha perso, che punta ad un modello di valori con cui intende formare un nuovo patto sociale, che vuole riformare la società per renderla più snella e più vicina al cittadino.
Abbiamo deciso di fondare un partito perché nell’educare i nostri figli ci domandiamo, nostro malgrado, se sia più giusto insegnare loro il rispetto delle regole, con la paura che ricevano soprusi dagli altri, o che le regole sono fatte per i fessi, con la certezza che saranno loro a farli.
Abbiamo deciso di fondare un partito perché vogliamo dare voce a quei moderati che erano troppo piccoli per fare il ’68 e troppo grandi per dimenticarlo, a quelli che non hanno mai strillato ma non hanno mai smesso di pensare, nel loro silenzio. Tutto questo potete leggerlo nel nostro statuto.
In questi mesi anche se non abbiamo presentato un vero programma, visto che non ci candidiamo per queste elezioni, abbiamo affrontato molti temi in questo blog che potete leggere: dall’energia, alla multiculturalità, al mercato del lavoro, al precariato, e molti altri argomenti che possono aver fatto capire come pensiamo debba essere la società che vorremmo. Continuate a seguirci e sostenete il nostro progetto.
Due ultime parole su queste elezioni. Questo articolo parafrasa il titolo di un famoso libro, di una grande scrittrice, non a caso. Perché di fondo si rivolge a quei delusi, di entrambi gli schieramenti, che aspettano un cambiamento che anche questa volta non ci sarà, un figlio che non avremo, a chi spera, come noi, di poter vivere un giorno in un paese normale, ma sa che le sue aspettative anche questa volta rimarranno solo una speranza.
Cosa votare a queste elezioni, è la domanda che ci facciamo anche noi. Votiamo, perché dobbiamo, per chi ci propone un cambiamento, un passo, magari piccolo, per modernizzare questo paese: voteremo per l’Unione. Come noi ci saranno anche molti moderati, alcuni anche di centro che avevano interpretato l’iniziativa di Berlusconi come una promessa di cambiamento, ma che non lo voteranno perché ha disatteso soprattutto questa aspettativa.
La nostra rubrica si ferma per qualche settimana, aspettando di vedere l’esito di questo confronto per fare poi insieme qualche approfondimento.
MF