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Statistiche Web
26 aprile 2006
IL TEMPO CHE VERRA’
Come avevamo anticipato ci siamo fermati con le nostre riflessioni per il periodo elettorale; con il senno del poi possiamo dire di aver fatto bene. Nei giorni a cavallo delle elezioni abbiamo visto e sentito di tutto da tutti, non ci sono certo mancate notizie né, tanto meno, interpretazioni. Quindi, considerate tutte le sciocchezze che abbiamo sentito, ci sentiamo in diritto di aggiungere anche il nostro commento.

Riguardo al successo dei due schieramenti c’è poco da aggiungere: uno a uno dopo una mediocre partita. Pochi gli spunti interessanti di gioco, catenaccio su tutto, risse in campo, poche ammonizioni rispetto ai comportamenti, chi teneva troppo la palla e non era neanche capace di andare in goal; gli spettatori, delusi, hanno fischiato entrambe le squadre. Qualcuno, alla fine, voleva riavere i soldi del biglietto.
A Berlusconi bisogna dare atto che, partito in svantaggio, ha fatto una rimonta a cui non credevano neanche i suoi alleati. Solo alla fine, quando hanno fiutato che potevano farcela, si sono riuniti opportunisticamente alla partita. Il suo interesse era chiaro e lo abbiamo detto in tempi non sospetti. Lui puntava non a vincere, ma a perdere bene; forse ad un pareggio non ci credeva neanche lui. Adesso vuole far valere doppio il goal in trasferta.
Berlusconi ha parlato sempre e solo al suo elettorato, a chi aveva votato Forza Italia; doveva evitare che i suoi voti finissero agli altri partiti della CdL, che, soprattutto nell’ultimo anno, avevano fatto campagna acquisti a suo danno, prendendo posizione sulle troppe contraddizioni della maggioranza. Un Berlusconi capo del primo partito italiano, che ha tenuto le posizioni, può ancora dire la sua e mantenere la leadership dell'opposizione. Un Berlusconi perdente con voti in fuga sarebbe stato fatto a pezzi dai suoi alleati in primis, e derubricato dalla storia della Repubblica. Ecco perché continua ad insistere di aver vinto le elezioni; per lui è quello che sente.
Prodi, con il governo che verrà, non avrà certo vita facile. Sia perché i temi da affrontare sono enormi, il paese è stato veramente lasciato sull’orlo del baratro, sia perché la sua maggioranza è variopinta, con un pugno di voti in più al Senato che rende importante anche l’ultimo dei Moicani.

Una sensazione queste elezioni ce l’hanno lasciata: quello che vediamo è l’epilogo del vecchio, non certamente l’inizio del nuovo. Un autorevole quotidiano economico ha fatto il conto che questo parlamento è il più vecchio di tutti gli eletti. Non poteva che essere così: con questa legge elettorale i partiti hanno ripreso in mano le redini del gioco, hanno blindato la composizione del corpo politico decidendo chi far partecipare o meno. Si sono definitivamente chiuse le porte alla partecipazione della società civile; ora il sistema è veramente autoreferenziale, le poche novità entrate erano strumentali a questo o quel partito.
Il sistema politico anziché aprirsi all’esterno e trovare nuove energie, per alimentare la trasformazione, ha deciso di chiudersi su se stesso. Senza rendersene conto i partiti hanno, in questo modo, gettato le basi per la loro fine.
Alla fine il risultato delle elezioni ci ha confermato che manca un progetto che aggreghi le persone, che coaguli una prospettiva. Nessuno dei due schieramenti ha battuto l’altro proprio perché l’elettorato moderato, che ha sempre deciso le sorti politiche del nostro paese, non si è schierato, ma si è equamente distribuito sulle due coalizioni. Questo voto è stato ancora un voto contro, non un voto per. Un voto contro Berlusconi, un voto contro gli ex-comunisti, un voto contro qualcosa. Purtroppo però gli italiani, se da una parte hanno dimostrato di rispondere ai loro doveri presentandosi al voto, dall’altra non hanno trovato un reale fattore distintivo che li convincesse fino in fondo.
Questa è la dimostrazione che la politica è inclusione e non esclusione. Io voto se mi sento parte di un progetto, a cui partecipo. Voto di malavoglia se devo difendermi, e voto confuso se non sono pienamente convinto che chi mi deve difendere sia in grado di farlo. Bisogna avere un progetto ed è necessario un ricambio sia generazionale che di modello; bisogna superare i vecchi schemi e portare delle idee nuove, dei programmi nuovi intorno a cui aggregare gli elettori.
Deve esserci un momento di discontinuità che solo una forza nuova, che nasce dalla società civile, fuori dagli schemi e dai modelli dei partiti politici può fare. Questa forza è il Partito Democratico, unisciti a noi.

pubblicato da Segreteria     alle 10:06     Commenti 0 Commenti
08 aprile 2006
ADDIO, POVERO BAMBINO
Avevamo deciso di non scrivere nulla fino a dopo le elezioni, rompiamo questa promessa per riflettere su una vicenda che non è politica, che deve farci pensare sulle cose degli uomini.
Oggi ci saranno i funerali del piccolo Tommaso. Chissà, forse è un caso che avvengano il giorno prima delle elezioni, in cui il silenzio delle vicende politiche amplifica la delusione ed il dolore che proviamo di fronte a questa tragedia.
La vicenda di questo bambino ci mette in bilico sul baratro dell’orrore, sotto di noi vediamo, altissima, quanto è profonda la ferocia di cui è capace l’uomo. E’ come una mano che ci spinge in fuori, e nello stesso tempo ci trattiene, ricordandoci quanto è labile il filo che separa la civiltà dalla barbarie, quanto poco serve per farci tornare in quel mondo selvaggio da cui l’uomo proviene.
Ecco allora la riflessione, sulle cose degli uomini, di cui parlavo. Il silenzio in cui questo bambino è sceso, quel silenzio, oggi deve accompagnare la nostra solitaria riflessione, e deve aiutarci a comprendere perché, alla fine, gli uomini decidano di vivere insieme, in quella che chiamano società, in quello che diventa stato.
Che società è, quella che non rispetta i suoi figli? Che uccide il suo futuro, che tradisce la fiducia con cui questi innocenti si sono affidati ai loro assassini? Il ricordo non si ferma, purtroppo, solo a Tommaso. La memoria scorre tutti i bambini uccisi dalla follia dei grandi, di genitori persi che hanno sfogato la rabbia, le angosce, e chissà altro, su chi non poteva fermare la loro violenza, vittime di un sacrificio ad una infanzia mai risolta, che scambiava una vita con un peluche su cui abbattersi.
Che società è, questa in cui tutto serve per acquistare ricchezza, notorietà, apparizione? In cui gli assassini passano sopra le loro vittime per finire, prima o poi, in un talk show a parlare con gente che sta lì per la stessa ragione, ad un pubblico che, magari, aspira ad essere al loro posto. Lo so, questo è qualunquismo, retorica. Ma vogliamo ammettere che stiamo vedendo il mondo che va a rotoli e ci spostiamo di lato, per evitare che ci sfiori? Vogliamo dirci che oramai nulla ci tocca, che non ci riguardi direttamente? Che dopo esser finita nelle pagine della cronaca, e qualche passaggio in televisione, anche questa tragedia finirà dietro le spalle? Senza che nulla sarà cambiato, senza che a nulla sarà servito.
Perché l’uomo decide di vivere in società, perché decide di limitare la sfera della sua libertà naturale, se non per vivere in pace, e costruirsi quella struttura di civiltà che chiamiamo diritti? Se questo è vero, dobbiamo allora ricominciare dal porci questa domanda, e rispondere prendendo consapevolezza che la società serve a tutela dell’individuo, per sottrarlo alla barbarie dell’ ”homo, hominis lupus”. Per portarlo in una sfera di civiltà in cui la tutela dei suoi diritti – che nascono insieme alla società stessa, alla convivenza ed alla consapevolezza dell’importanza dell’individuo che deriva proprio dalla vicinanza con altri individui – viene assicurata dalla legge e dal rispetto delle regole. Dobbiamo allora capire che dalle regole nascono doveri, insieme con i diritti, e che tutto questo si basa su dei valori che vanno condivisi e quindi rispettati, perché tutto questo sono le regole a cui decidiamo di aderire vivendo insieme, in società; purtroppo tutto ciò, questo modello di società lo ha perso di vista.
Questa società non riesce a tutelare i suoi figli perché ha perso il rispetto di queste regole, perché non riesce a farle rispettare dai suoi cittadini, perché non insegna a rispettarle ai suoi figli. Non parlo di regole come la pena di morte, perché quelle allo stato non servono. Anche se come individui possiamo comprendere la rabbia che potrebbe spingere le persone, che hanno subito un così grande delitto, a farsi giustizia, quella giustizia allo stato non serve. Non si riparano i danni con altri danni, perché si infrangerebbe quella logica di civiltà che la società deve anche trasmettere, attraverso l’esempio, ai suoi cittadini. Perché l’educazione, che mostra i suoi frutti nell’arco dei secoli, è un dovere che lo stato deve assolvere per mantenere viva la speranza di riuscire a migliorare l’uomo vivendo in comunità e in civiltà. Individui come quelli che hanno commesso reati di questa portata, debbono essere isolati dalla società, impedendogli di nuocere. Ma non è la gravità della sanzione che ripara il danno. E’ la comminazione della sanzione, che deve essere proporzionale al reato, che restituisce, alle vittime ed alla società stessa, giustizia per il danno subito. Ed è la certezza della pena, l’esecuzione della legge che deve valere uguale per tutti, senza sconti, senza cavilli, senza persecuzione che deve garantire, a vittime e criminali, che il reato verrà perseguito.
Dobbiamo ripartire da zero, dal condividere queste semplici cose, dal pensare che la politica serve a questo, a regolare le cose degli uomini, affinché gli uomini abbiano delle regole. Perché senza regole non si vive da uomini e, purtroppo, non si ha tempo neanche per diventarlo.

MF
pubblicato da Segreteria     alle 10:41     Commenti 0 Commenti
02 aprile 2006
LETTERA PER UN VOTO ASPETTATO
In questi mesi abbiamo ricevuto moltissime mail nella quali ci venivano chieste principalmente tre cose: chi siete, perché avete fondato il Partito Democratico e qual è il vostro programma.

Alla prima domanda abbiamo risposto direttamente, a tutte le persone che ci hanno scritto, e molti sono stati coloro che si sono uniti a questo progetto. A tutti abbiamo comunicato gli unici nomi che possono essere resi pubblici, per ora, che sono i fondatori del Partito Democratico; cosa avvenuta, tra l’altro, per atto pubblico e quindi a disposizione di chiunque. Vogliamo subito togliervi il dubbio di avere dietro chissà quali interessi occulti, o uomini politici che vogliono rimanere nell’ombra, o poteri che vogliono raggiungere chissà quale scopo. Siamo solo semplici cittadini che si stanno organizzando per fare qualcosa di nuovo in politica, e poi vedremo cosa è questo nuovo.
Il nostro interesse, in questa fase, è soprattutto diffondere le idee in cui crediamo e costruire consenso e partecipazione civile. Per questo motivo abbiamo omesso di dare pubblicità alle cariche ed alle persone; per ora non sono importanti gli uomini, ma le idee ed i valori che il progetto ha in sé. Non stiamo cercando notorietà, non partecipiamo alle elezioni, ed è nostro interesse non essere coinvolti in strumentalizzazioni di alcun genere, visto il periodo. Questa non è un’iniziativa speculativa, non ha alcun legame con nessun altra organizzazione politica.

Veniamo alla seconda domanda: perché abbiamo fondato il Partito Democratico. Noi pensiamo che la politica debba uscire dal modello ideologico a cui è ancorata, e da cui non riesce a liberarsi. Perché ciò avvenga bisogna ribaltare i canoni del pensiero politico, abbandonando le categorie di destra e sinistra a cui siamo abituati, che portano con sé un retro pensiero di negatività che viene costantemente addebitato alla controparte. Comunisti, fascisti, sono gli attribuiti che sentiamo continuamente ascrivere all’avversario politico e che portano con sé il debito a cui sono legati dalla storia.
Bisogna muoversi verso le categorie politiche di progresso e conservazione. Parlare di progressisti e di conservatori non è la stessa cosa che parlare di destra e sinistra, e non si tratta di sterile nominalismo, di cambiare nome mantenendo lo stesso approccio. Si tratta di assumere due logiche nuove, due modelli politici meno statici nell’evoluzione storica, che consentono maggiore identificazione, ma al tempo stesso maggiore mobilità ad un elettorato che sempre meno si sente ancorato ad un unica posizione politica, che non ha più un’identità di matrice ideologica, che vuole essere libero di scegliere sia per i valori che vengono rappresentati dalle forze politiche che per i programmi, di evoluzione o di conservazione, del sistema di cui in quel momento la società, ed il cittadino, sente il bisogno.
La scorsa settimana Casini, rivolgendosi a Berlusconi che parlava di un partito popolare degli italiani ha dichiarato che per portare un vero cambiamento è necessaria una discontinuità politica ed organizzativa; probabilmente anche gli uomini politici attuali cominciano a comprendere che una rivoluzione è alle porte. Del resto l’esempio di Kadima in Israele è sotto gli occhi di tutti. Noi siamo infatti convinti che la discontinuità sia necessaria per far evolvere il sistema nostro attuale sistema politico. Abbiamo anche provato, senza successo, a dialogare con il sistema esistente ma ci siamo resi conto che era inutile, poiché esso è quanto di più inamovibile ci possa essere, chiuso alle istanze provenienti dall’esterno, senza nessuna tendenza reale al cambiamento ma, soprattutto, fatto da un insieme di professionisti della politica autoreferenziati, che non hanno alcun interesse al rinnovamento.
Perché avvenga un reale cambiamento è necessario pensare con discontinuità e quindi progettare un partito nuovo che parta dalla società civile, che non veda sovrastrutture che tendono all’ingessamento ed alla stasi perché nulla cambi, che sia in grado di essere permeato dalle esigenze della società, che dialoghi e si confronti sui programmi con i suoi iscritti, che sappia discutere dei reali problemi che la società deve affrontare per rinnovarsi ed affrontare la fase di cambiamento che la storia impone al modello occidentale.

L’ ultima risposta è sul programma. Noi vogliamo essere un partito progressista, un partito che vuole costruire un nuovo modello di rapporto tra il cittadino e lo stato, che vuole riportare la politica a quel primato di guida che in questi anni ha perso, che punta ad un modello di valori con cui intende formare un nuovo patto sociale, che vuole riformare la società per renderla più snella e più vicina al cittadino.
Abbiamo deciso di fondare un partito perché nell’educare i nostri figli ci domandiamo, nostro malgrado, se sia più giusto insegnare loro il rispetto delle regole, con la paura che ricevano soprusi dagli altri, o che le regole sono fatte per i fessi, con la certezza che saranno loro a farli.
Abbiamo deciso di fondare un partito perché vogliamo dare voce a quei moderati che erano troppo piccoli per fare il ’68 e troppo grandi per dimenticarlo, a quelli che non hanno mai strillato ma non hanno mai smesso di pensare, nel loro silenzio. Tutto questo potete leggerlo nel nostro statuto.
In questi mesi anche se non abbiamo presentato un vero programma, visto che non ci candidiamo per queste elezioni, abbiamo affrontato molti temi in questo blog che potete leggere: dall’energia, alla multiculturalità, al mercato del lavoro, al precariato, e molti altri argomenti che possono aver fatto capire come pensiamo debba essere la società che vorremmo. Continuate a seguirci e sostenete il nostro progetto.

Due ultime parole su queste elezioni. Questo articolo parafrasa il titolo di un famoso libro, di una grande scrittrice, non a caso. Perché di fondo si rivolge a quei delusi, di entrambi gli schieramenti, che aspettano un cambiamento che anche questa volta non ci sarà, un figlio che non avremo, a chi spera, come noi, di poter vivere un giorno in un paese normale, ma sa che le sue aspettative anche questa volta rimarranno solo una speranza.
Cosa votare a queste elezioni, è la domanda che ci facciamo anche noi. Votiamo, perché dobbiamo, per chi ci propone un cambiamento, un passo, magari piccolo, per modernizzare questo paese: voteremo per l’Unione. Come noi ci saranno anche molti moderati, alcuni anche di centro che avevano interpretato l’iniziativa di Berlusconi come una promessa di cambiamento, ma che non lo voteranno perché ha disatteso soprattutto questa aspettativa.

La nostra rubrica si ferma per qualche settimana, aspettando di vedere l’esito di questo confronto per fare poi insieme qualche approfondimento.

MF
pubblicato da Segreteria     alle 12:16     Commenti 0 Commenti