Vai al contenuto della pagina
Statistiche Web
27 marzo 2006
OCCUPAZIONE E PRECARIETA’
Perché in questi anni si è assistito al fenomeno di aumento dell’occupazione a scapito della stabilità? La precarietà è un dato congiunturale, o strutturale, del mercato del lavoro?

Le riforme del lavoro introdotte dai governi negli ultimi dieci anni hanno introdotto nuove figure di contratti, i cosiddetti atipici, a cui i datori di lavoro possono ricorrere. Queste norme hanno avuto il beneficio di aumentare la flessibilità e anche i posti di lavoro, introducendo tuttavia una distorsione nelle regole della domanda e offerta nel mercato del lavoro. La distorsione è dovuta al fatto che hanno abbinato a questi contratti il beneficio della flessibilità unito al minor costo degli oneri sociali. Infatti un lavoratore cosiddetto atipico, rispetto ai precedenti contratti, oltre ad avere minori tutele, costa mediamente un 10% meno di un lavoratore a tempo indeterminato.
Le aziende hanno fatto, ovviamente, ricorso in modo massiccio a queste forme, con il risultato di farle diventare prassi, soprattutto nelle categorie di lavoratori con minore specializzazione. Vediamo per quale motivo è stata introdotta una distorsione nelle regole della domanda e offerta nel mercato del lavoro.
Qualsiasi bene o servizio, che risponda alla logica della domanda e dell’offerta, viene acquistato secondo una consuetudine per cui più io compro meno spendo. Nessuno si sognerebbe di negoziare un contratto chiedendo di pagare di meno senza assicurare una quantità certa; se chiamate un vostro fornitore qualsiasi, potete verificare che questa regola basilare viene applicata su qualsiasi bene. Se voi gli garantite una continuità nel tempo, ed una regolarità, egli è disposto a praticarvi uno sconto maggiore al crescere delle quantità. Se poi gli fate un contratto a lunga scadenza ottenete certamente benefici ancora superiori. Viceversa tanto meno comprate, con minore regolarità e per minore tempo, tanto più pagate in termini di valore unitario.
Ebbene nel nostro mercato del lavoro non è più così. Un contratto a tempo pieno indeterminato costa unitariamente di più di uno atipico, flessibile ed a tempo determinato. Questo mercato si muove, adesso, secondo logiche di quantità esattamente opposte a quelle prima. Ossia meno acquisti meno spendi. A ciò dobbiamo unire il vantaggio della flessibilità, e quindi della precarietà per il lavoratore, che non rappresenta alcun costo aggiuntivo per il datore di lavoro.
Sarebbe stato giusto premiare il ricorso ai contratti a tempo indeterminato – quelli in cui assicuro al mio fornitore maggiori quantità per un tempo più lungo – riducendone il costo unitario, abbassandone gli oneri sociali e contribuitivi, mantenendo per quelli flessibili un maggiore onere. L’azienda predilige la flessibilità per cui ricorre a contratti atipici, perché non è sicura di poter mantenere questi posti di lavoro? Giustissimo, però paghi unitariamente di più perché chiede al fornitore – il lavoratore – di acquistare di meno o per minore tempo.
Facendo così si sarebbe mantenuto il rapporto tra domanda e offerta secondo principi che da sempre regolano i mercati dei beni e servizi, a cui anche quello del lavoro risponde. Si sarebbe abbassato da subito il costo del lavoro, riducendone il carico fiscale per imprese e lavoratori, si sarebbe introdotta lo stesso la flessibilità, senza distorcerne l’uso, si sarebbe data più stabilità ai lavoratori, con maggiore beneficio per l’economia in termini di consumi.

Ci domandiamo quindi perché oggi vengono proposti solo questi contratti, perché è aumentata la precarietà? E’ una domanda che nel momento stesso in cui viene posta contiene in sé la risposta: perché costano meno e sono più flessibili.
Come dire è stato unito l’utile al dilettevole.
pubblicato da Segreteria     alle 07:12     Commenti 0 Commenti
19 marzo 2006
BERLUSCONI CAMBIA MUSICA
Berlusconi decide di andare all’improvviso alla riunione degli industriali ed attacca i vertici di Confindustria: è solo una reazione ai giudizi negativi riservati al governo o c’è sotto qualcosa?
In realtà questa è una precisa strategia di comunicazione definita dopo il faccia a faccia con Prodi, che, anche nei sondaggi della maggioranza, non deve aver avuto risultati brillanti.
Ma andiamo per ordine.
L’approccio comunicativo di Berlusconi si è sempre basato sulla litanìa. Una strofa ripetuta in continuazione intercalata da brevi omogenei concetti:

“…le cose vanno bene, votate per noi…
…non abbiamo messo le mani in tasca agli italiani nonostante la crisi economica…
…le cose vanno bene, votate per noi…
…abbiamo aumentato le pensioni…
…le cose vanno bene, votate per noi…
…abbiamo fatto grandi cambiamenti…
…le cose vanno bene, votate per noi…
…se i comunisti vanno al potere sono cavoli per voi…
…le cose vanno bene, votate per noi…“

Questo approccio è stato applicato su tutti i mezzi di comunicazione possibili; stampa, radio, televisione, sia con la pubblicità che in occasione delle sue innumerevoli apparizioni. Questo avrebbe funzionato se non ci fosse stato un errore: è partito troppo presto con questo messaggio ed è arrivato lungo e logorato – soprattutto noi – alla fase finale.
Risultato: nel faccia a faccia con Prodi, schiacciato da un contraddittorio con tempi contingentati, è risultato inespressivo. Anche la trovata della penna, simbolo del fare, dell’azione, del comando, dei concetti pensati, degli appunti e della preparazione, è risultata controproducente. Brandita sull’unico foglio di carta (credo che tutti avremmo voluto vedere quale riproduzione di Mirò poteva essere uscita da quel vorticare di inchiostro) ha avuto più l’effetto di disorientare che altro.
Non c’era messaggio, o meglio, non c’era più il messaggio. Oramai cotti dalle innumerevoli volte in cui avevano ascoltato il cantilenante ripetersi degli stessi concetti, gli elettori a casa non potevano far altro che stancamente rispondere in cuor loro, un po’ come le nonne che ai vespri scandivano il rosario con l’uncinetto ed i ferri: “…ora pro nobis…”.

Ecco allora il cambio di passo, fatto proprio di fronte ad una platea che, in qualche modo, gli dovrebbe essere per natura, di censo e di mestiere, più incline. E’ andato a casa di amici ed ha attaccato; questa volta non cercava di convincere ma di serrare le fila.
I concetti sempre quelli, il ritornello lo stesso, la musica però è cambiata. Parla in piedi, a braccio, gesticola, arringa come ad un comizio di Forza Italia, ha dietro la claque che a comando esulta, affonda il coltello nella carne dei suoi denigratori, cerca lo scontro per distillare il suo pubblico.
Proprio come ha fatto fino ad oggi, ha chiamato a raccolta i fedeli, alla conta chi sta con lui e chi contro; questo è perfettamente coerente con la linea politica e comunicativa tenuta finora.

La comunicazione di Berlusconi non è mai stata diretta a convincere gli indecisi o ad attrarre voti dai bordi centrali dell’altra coalizione. Berlusconi, per tutto questo tempo, ha parlato ai suoi elettori, quelli dentro la Casa delle Libertà. Il suo problema non è mai stato vincere le elezioni, lo sa da sempre di averle perse. Il suo problema è in quale modo le perde, quale movimento di voti ci sarà tra i partiti di centro destra.
Al discorso di convincere gli indecisi, lui, non ci ha mai creduto. Gli indecisi non spostano le sorti delle elezioni, almeno di queste elezioni, loro al voto probabilmente neanche ci vanno. Anzi, più i toni della campagna elettorale si inaspriscono, più l’informazione si riempie di politica, più gli indecisi, i qualunquisti, si stancano e a votare, magari, neanche ci vanno.
Il suo problema è convincere gli elettori di centro destra a non votare altri partiti della coalizione. Lui parla al suo elettorato, quello veramente deluso dal governo di centrodestra, per evitare la diaspora; vuole far in modo che quei voti, che non andrebbero mai a sinistra, non vadano a Fini o a Casini. Perché se così dovesse essere, se AN e UDC dovessero crescere a scapito di FI, sono davvero casini, e seri per giunta.
Allora lui deve fare in modo di congelare gli equilibri all’interno della coalizione perché sa perfettamente che, chiunque vinca, con questo sistema non riuscirà a governare e si torna a votare nel giro di due o tre anni. Quindi il suo è uno scarto, per continuare e ripresentarsi alle prossime elezioni sicuro di vincerle e di consegnare il paese alla destra per diverse legislature; a quel punto non dovrebbe far altro che dire “.. ve lo avevo detto che non avrebbero saputo reggere…”. Ma per fare questo deve mantenere inalterata la sua leadership nel centro destra, in una fase in cui le altre due punte stanno scalciando, perché sanno che, con Berlusconi leader dell’opposizione, avrebbero loro la fronda all’interno del proprio partito.
Un gioco a chi rimane con il cerino in mano dove, senza essere al governo, è facile bruciarsi.

MF
pubblicato da Segreteria     alle 22:10     Commenti 0 Commenti
12 marzo 2006
IL PREVEDIBILE GIUDIZIARIO
Sergio Romano sul Corriere della sera di sabato 11 marzo, con un editoriale dal titolo "L'imprevisto giudiziario" auspicava, commentando la decisione di rinvio a giudizio della procura di Milano su Berlusconi, che le vicende giudiziarie non influenzino più la politica.
Confesso che non sono sicuro di aver capito bene il senso del suo articolo. E’ sembrato quasi volesse dire che sarebbe utile, da parte della magistratura, tenere conto delle ricadute politiche di certi atti.
Ora, Romano è persona troppo preparata per cadere nell’errore di esprimere un giudizio negativo verso l’azione della magistratura, ma se, uno come lui, afferma questo, vuol dire che nel comune senso comincia a insinuarsi il dubbio che forse qualcosa di vero, nell’accanimento giudiziario, nel complotto delle toghe verso Berlusconi politico, ci sia. Che forse potrebbe essere utile una qualche regola per cui un politico non venga continuamente chiamato in causa da altro che non sia la politica, affinchè il confronto si mantenga in tale ambito.
E’ chiaro che il pensiero di molti sia stato condizionato da questo uso strumentale, da parte della maggioranza soprattutto, che si fa delle vicende giudiziarie, cercando di farle apparire, appunto, come un complotto.
Che questo condizioni il dibattito politico è fuori discussione, facendo male ad entrambi gli schieramenti, e sarebbe auspicabile che l’attenzione si spostasse sul altro. Ma non possiamo dimenticare che non è la magistratura che entra nel discorso politico, quanto invece l’uomo politico è condizionato continuamente dai suoi guai giudiziari. Né possiamo far finta di non sapere che il calcolo che portò Berlusconi ad entrare in politica fu la tutela dei suoi interessi, al fine di prevenirlo, tutto questo. Se il cittadino Silvio avesse evitato di infrangerle le regole, l’uomo politico Berlusconi non verrebbe chiamato continuamente in causa.
Si voleva congelare l’azione giudiziaria verso il Presidente del Consiglio per evitare che ciò inquinasse il dibattito politico? Si poteva fare. Assicurandosi che anche le prescrizioni cessassero, riprendendo poi l’azione giudiziaria al termine del periodo. Ma così non è stato ed ora non si può certo imputare ai magistrati di agire sulla base delle leggi.
Piuttosto che cercare di cambiarla la legge era meglio rispettarla.
Come dire: chi è causa del suo mal......
Marco
pubblicato da Segreteria     alle 22:11     Commenti 0 Commenti
05 marzo 2006
BONUM SINE RATIONE NULLUM EST (Seneca. Epist., 66.39)
Non c'è nessuna cosa buona senza la ragione
Torniamo sul tema dell’energia, visto che l’argomento è ancora all’ordine della cronaca, e lo facciamo riprendendo il tema della fusione Enel-Eni, di cui siamo stati tra i primi a parlarne, come vero nodo che scaturisce dalla vicenda della tentata Opa Enel su Suez. In questi giorni abbiamo letto sulla stampa molte dichiarazioni, pro o contro questa ipotesi, ma nessuno si è soffermato sulle ragioni di questa fusione.
L’idea, ripetuta da molti, che fondere Enel ed Eni serva a creare un campione nazionale è quanto di più lontano esista dalla realtà, per due motivi di fondo:
1. le aziende sono leader, o meno, nel loro mercato in funzione dell’efficacia delle loro strategie e dell’efficienza delle attività operative e non della loro collocazione geografica, o della dimensione; anche se alla leadership si accompagna sempre la dimensione, ma come conseguenza della stessa non come presupposto. In ogni caso la condizione necessaria, anche se non sufficiente, di una fusione è la complementarietà, altrimenti si parla di acquisizione, insieme alla capacità di esecuzione delle proprie attività. Si uniscono organizzazioni che sanno far bene ognuno la propria cosa mettendo a fattor comune processi e infrastrutture per crescere in dimensione, e quota di mercato, in modo da fare economie di scala ed aumentare l’efficienza.
2. il concetto di nazionale oggi, con la disponibilità e mobilità dei capitali esistente, è superato.

Rimossa quindi l'idea che fondere le due aziende significhi, di per sé, costruire un campione nazionale, vediamo quali potrebbero essere i razionali di un’operazione di questo genere.
La prima ragione è di mercato. L’energia è sempre più un mercato unico, dove la differenza è tra il prodotto energia – elettrica, non stivabile – e le materie prime per la produzione – gas, petrolio, o altro, stivabili – ma la catena del valore è unica. Integrare due aziende che sono sulla stessa filiera produttiva significa aumentare i margini di profittabilità poiché mi trovo a poter commercializzare il prodotto finito (l’energia) oppure il semilavorato (materia prima), acquistando quest’ultimo in proporzioni maggiori, poiché oltre che per la commercializzazione sul mercato lo utilizzo per la produzione, per cui posso avere un maggior potere contrattuale e fare economie di scala sugli impianti.
La seconda ragione è il valore per l'azienda e i suoi azionisti. Dal punto di vista della capitalizzazione il soggetto uscente avrebbe una dimensione di oltre 130 miliardi di euro, con una capacità di raccolta sul mercato dei capitali enorme a costi molto contenuti ed un azionariato diffuso, che porterebbe quindi sia a completare il processo di privatizzazione, con finalmente un beneficio per gli azionisti perché avrebbero maggiori opportunità di veder crescere il valore del loro investimento, che a razionalizzare le partecipazioni dello stato, oggi in mano alla Cassa depositi e prestiti.
La terza ragione è il presidio di tutte le fonti energetiche. Lo stato avrebbe inoltre un doppio vantaggio. Da una parte potrebbe garantirsi la salvaguardia delle sue prerogative, con una golden share che incida sulla governance nel caso in cui gli interessi del paese siano in aperto contrasto con le scelte del management – dichiarando apertamente che si tratta di un settore strategico per la nazione su cui si intende avere una prelazione di scelta – dall’altra avrebbe un interlocutore integrato in grado di assicurare, a differenza di quello che avviene oggi, lo sviluppo strategico del settore energetico ottimizzando gli approvvigionamenti. Il mercato dell'energia possiamo immaginarlo come stratificato in relazione alle fonti, in modo direttamente proporzionale alla loro efficienza – secondo una serie di parametri produttivi, di stabilità e di costo - ed inversamente proporzionale alla flessibilità. In basso abbiamo le fonti energetiche più stabili ma meno flessibili (nucleare, fossili) salendo verso altre (idroelettriche, gas, ecc) fino ad arrivare a quelle più flessibili ma meno stabili ed efficienti (eoliche, solari, ecc). Ogni “strato” dovrebbe assicurare la copertura di una certa quota del fabbisogno, cercando di arrivare a coprire i picchi con quelle più flessibili, che non hanno costi di avviamento ma che non sono sempre disponibili. Un sistema molto complesso in cui la diversificazione incide sul funzionamento, impattando non solo sui costi ma anche sull’autonomia del paese, come ci ha dimostrato la vicenda del gas russo.
La quarta ragione è il ritorno nella ricerca su fonti di avanguardia. Un fornitore di energia integrato, con prodotto finito e materie prime, consentirebbe al paese di recuperare quel gap che si è creato a seguito del referendum sul nucleare; qualcuno ha il coraggio di dire che il nucleare deve essere recuperato? Sia per i motivi di diversificazione delle fonti di cui abbiamo parlato prima, sia per recuperare una relazione tra ricerca ed industria che in questo settore si è rotta. Qualcuno ricorda che fine ha fatto l’ENEA? Nato come Ente nazionale energia atomica, che aveva un primato a livello mondiale nella ricerca sulla fusione nucleare con uno dei primi reattori a fusione – il Tokamak – costruito nei laboratori di Frascati, divenne dopo il referendum Ente nazionale energie alternative; senza più una missione né fondi, è quasi completamente scomparso. Non aggiungo nulla sulla fuga dei cervelli dal nostro paese.
Questi i motivi per cui, a nostro giudizio, si dovrebbe procedere alla fusione delle due società, in modo da competere sui mercati internazionali con dimensioni di scala mondiali, e dare ai propri clienti ed azionisti, pubblici e privati, benefici concreti di riduzione di costo e di ritorno del valore dell’investimento.
Per quanto detto in apertura al punto uno tra le due aziende ci sono molte complementarietà ed è quindi probabile che unendo le due società si possa ottenere il meglio in termini di sinergie e valorizzazione delle risorse – tecnologiche, umane, organizzative, produttive – ma non è detto, potremmo anche non riuscirci.
Esempi ne abbiamo, molti.

Marco F.
pubblicato da Segreteria     alle 22:56     Commenti 0 Commenti
I CONTI PUBBLICI ITALIANI NON SONO ALLO SFASCIO
Il ministro Tremonti, nel programma di oggi (domenica 5 marzo) dell’Annunziata su RaiTre, ha affermato che i conti pubblici italiani non sono allo sfascio. Ministro, per favore, sia serio.
E’ dai tempi della tassa sul macinato di Quintino Sella che i conti italiani sono allo sfascio. Nessuno, vuol dire che siete stati voi a ridurli in questo modo, magari chi vi ha votato lo aveva fatto sperando che avreste cercato di provarci a mettere le cose a posto, ma almeno non venga a farci credere che, grazie a voi, adesso sono a posto. Per favore, ci faccia il piacere di non prenderci proprio per stupidi.
Sicuramente con voi la situazione è peggiorata, almeno quella degli italiani.
pubblicato da Segreteria     alle 22:46     Commenti 0 Commenti