BONUM SINE RATIONE NULLUM EST (Seneca. Epist., 66.39)
Non c'è nessuna cosa buona senza la ragione
Torniamo sul tema dell’energia, visto che l’argomento è ancora all’ordine della cronaca, e lo facciamo riprendendo il tema della fusione Enel-Eni, di cui siamo stati tra i primi a parlarne, come vero nodo che scaturisce dalla vicenda della tentata Opa Enel su Suez. In questi giorni abbiamo letto sulla stampa molte dichiarazioni, pro o contro questa ipotesi, ma nessuno si è soffermato sulle ragioni di questa fusione.
L’idea, ripetuta da molti, che fondere Enel ed Eni serva a creare un campione nazionale è quanto di più lontano esista dalla realtà, per due motivi di fondo:
1. le aziende sono leader, o meno, nel loro mercato in funzione dell’efficacia delle loro strategie e dell’efficienza delle attività operative e non della loro collocazione geografica, o della dimensione; anche se alla leadership si accompagna sempre la dimensione, ma come conseguenza della stessa non come presupposto. In ogni caso la condizione necessaria, anche se non sufficiente, di una fusione è la complementarietà, altrimenti si parla di acquisizione, insieme alla capacità di esecuzione delle proprie attività. Si uniscono organizzazioni che sanno far bene ognuno la propria cosa mettendo a fattor comune processi e infrastrutture per crescere in dimensione, e quota di mercato, in modo da fare economie di scala ed aumentare l’efficienza.
2. il concetto di nazionale oggi, con la disponibilità e mobilità dei capitali esistente, è superato.
Rimossa quindi l'idea che fondere le due aziende significhi, di per sé, costruire un campione nazionale, vediamo quali potrebbero essere i razionali di un’operazione di questo genere.
La prima ragione è di mercato. L’energia è sempre più un mercato unico, dove la differenza è tra il prodotto energia – elettrica, non stivabile – e le materie prime per la produzione – gas, petrolio, o altro, stivabili – ma la catena del valore è unica. Integrare due aziende che sono sulla stessa filiera produttiva significa aumentare i margini di profittabilità poiché mi trovo a poter commercializzare il prodotto finito (l’energia) oppure il semilavorato (materia prima), acquistando quest’ultimo in proporzioni maggiori, poiché oltre che per la commercializzazione sul mercato lo utilizzo per la produzione, per cui posso avere un maggior potere contrattuale e fare economie di scala sugli impianti.
La seconda ragione è il valore per l'azienda e i suoi azionisti. Dal punto di vista della capitalizzazione il soggetto uscente avrebbe una dimensione di oltre 130 miliardi di euro, con una capacità di raccolta sul mercato dei capitali enorme a costi molto contenuti ed un azionariato diffuso, che porterebbe quindi sia a completare il processo di privatizzazione, con finalmente un beneficio per gli azionisti perché avrebbero maggiori opportunità di veder crescere il valore del loro investimento, che a razionalizzare le partecipazioni dello stato, oggi in mano alla Cassa depositi e prestiti.
La terza ragione è il presidio di tutte le fonti energetiche. Lo stato avrebbe inoltre un doppio vantaggio. Da una parte potrebbe garantirsi la salvaguardia delle sue prerogative, con una golden share che incida sulla governance nel caso in cui gli interessi del paese siano in aperto contrasto con le scelte del management – dichiarando apertamente che si tratta di un settore strategico per la nazione su cui si intende avere una prelazione di scelta – dall’altra avrebbe un interlocutore integrato in grado di assicurare, a differenza di quello che avviene oggi, lo sviluppo strategico del settore energetico ottimizzando gli approvvigionamenti. Il mercato dell'energia possiamo immaginarlo come stratificato in relazione alle fonti, in modo direttamente proporzionale alla loro efficienza – secondo una serie di parametri produttivi, di stabilità e di costo - ed inversamente proporzionale alla flessibilità. In basso abbiamo le fonti energetiche più stabili ma meno flessibili (nucleare, fossili) salendo verso altre (idroelettriche, gas, ecc) fino ad arrivare a quelle più flessibili ma meno stabili ed efficienti (eoliche, solari, ecc). Ogni “strato” dovrebbe assicurare la copertura di una certa quota del fabbisogno, cercando di arrivare a coprire i picchi con quelle più flessibili, che non hanno costi di avviamento ma che non sono sempre disponibili. Un sistema molto complesso in cui la diversificazione incide sul funzionamento, impattando non solo sui costi ma anche sull’autonomia del paese, come ci ha dimostrato la vicenda del gas russo.
La quarta ragione è il ritorno nella ricerca su fonti di avanguardia. Un fornitore di energia integrato, con prodotto finito e materie prime, consentirebbe al paese di recuperare quel gap che si è creato a seguito del referendum sul nucleare; qualcuno ha il coraggio di dire che il nucleare deve essere recuperato? Sia per i motivi di diversificazione delle fonti di cui abbiamo parlato prima, sia per recuperare una relazione tra ricerca ed industria che in questo settore si è rotta. Qualcuno ricorda che fine ha fatto l’ENEA? Nato come Ente nazionale energia atomica, che aveva un primato a livello mondiale nella ricerca sulla fusione nucleare con uno dei primi reattori a fusione – il Tokamak – costruito nei laboratori di Frascati, divenne dopo il referendum Ente nazionale energie alternative; senza più una missione né fondi, è quasi completamente scomparso. Non aggiungo nulla sulla fuga dei cervelli dal nostro paese.
Questi i motivi per cui, a nostro giudizio, si dovrebbe procedere alla fusione delle due società, in modo da competere sui mercati internazionali con dimensioni di scala mondiali, e dare ai propri clienti ed azionisti, pubblici e privati, benefici concreti di riduzione di costo e di ritorno del valore dell’investimento.
Per quanto detto in apertura al punto uno tra le due aziende ci sono molte complementarietà ed è quindi probabile che unendo le due società si possa ottenere il meglio in termini di sinergie e valorizzazione delle risorse – tecnologiche, umane, organizzative, produttive – ma non è detto, potremmo anche non riuscirci.
Esempi ne abbiamo, molti.
Marco F.