MA BERTINOTTI E’ DAVVERO PROGRESSISTA?
Per troppo tempo siamo stati abituati a considerare la sinistra portatrice dei valori di progresso ed evoluzione; questo perché il movimento operaio, dalla sua nascita, puntava al miglioramento delle condizioni di vita di uno strato ampio della popolazione, in una società in cui la sperequazione tra le classi sociali era enorme, ed in cui pochi godevano di grandi privilegi.
La salvaguardia del posto di lavoro era un valore da tutelare ad oltranza in un sistema, prevalentemente industriale, in cui la dinamicità sociale era nulla, dove la possibilità del proletariato e della piccola borghesia era limitata all’aspirazione di un modesto impiego, spesso statale o parastatale in un’economia a forte sostegno pubblico. La produzione industriale di beni era l’attività prevalente, mentre il valore prodotto dai servizi era molto inferiore al peso dell’industria o dell’agricoltura. Il concetto di consumatore era dominante rispetto a quello di utente, più ampio, che oggi viene usato per indicare una domanda non solo concentrata sulla richiesta di beni materiali, ma anche orientata all’utilizzo di servizi provenienti dal settore bancario, dell’energia e delle utility.
Eravamo arrivati ad consociativismo trasversale che aveva consolidato nel tempo privilegi corporativi tra categorie di lavoratori; c’erano i lavoratori dipendenti radicati nel loro posto di lavoro tutelato, commercianti e altri affini che producevano gran parte del sommerso, categorie professionali e ordini ben piazzati anche all’interno dello stato. In questo ambito il cittadino, appartenente ora all’una ora all’altra di queste categorie, muoveva i suoi timidi passi nella società inveendo per i disservizi patiti oppure per i privilegi di cui, in quel momento, altri godevano.
La dinamica sociale, abbiamo detto, era nulla o quasi; si viveva, con poche eccezioni, all’interno della classe sociale di provenienza e la politica era il riferimento per accedere a favori o tutele, secondo una esplicita relazione sociale o territoriale. Oggi questa omogenea distribuzione sociale si è radicalmente modificata ed abbiamo una struttura a macchia di leopardo: alcune classi sociali si sono assottigliate mentre altre si sono estese, negli strati più bassi si stanno insediando popolazioni immigrate. Il divario economico tra ricchi e poveri, ma anche quello delle opportunità, si sta enormemente ampliando.
Ma è soprattutto accaduto che il cittadino, da consumatore, si è trasformato in utente, concetto di per sé più evoluto, anche grazie alla liberalizzazione di alcuni settori economici prima appannaggio di monopoli, che lo hanno portato ad una maggiore consapevolezza di quanto ottiene in termini di servizio.
Alcuni privilegi sono caduti, come la tutela a vita del posto di lavoro, anche se molti settori, al riparo della concorrenza, godono di tutele che in atri segmenti, più esposti alla competizione ed alla delocalizzazione, sono venute meno; questo, tuttavia, ancora a scapito dell’utente che paga, per il mantenimento di una scarsa produttività, un alto costo dei servizi. Altre corporazioni sociali hanno perso parte dei loro privilegi ma, soprattutto, è caduto quel corporativismo che la politica non può più garantire; in questi anni sono arrivate, da ampi strati della popolazione, richieste di trasformazione e sviluppo verso nuovi modelli sociali, che hanno, tra le altre cose, dato vita a fenomeni politici come la Lega.
In questo contesto i concetti di sviluppo e progresso hanno perso la loro patria. E’ infatti ancora possibile pensare di mantenere, in settori agevolati e non esposti alla concorrenza, la tutela di posizioni di privilegio a scapito della qualità, o del costo, dei servizi offerti agli utenti? Prendiamo il caso di Alitalia, di cui tutti conosciamo la provenienza e lo sviluppo nel corso di questi anni. Difendere il corporativismo dei sindacati ad oltranza, che hanno contribuito con la loro gestione allo sfascio della compagnia, è forse una posizione di sviluppo e di progresso? Il cittadino utente, che rimane a terra, come può provare solidarietà verso il cittadino lavoratore che, con il suo sciopero, compromette il servizio che doveva erogare e per cui egli ha pagato un corrispettivo? Perché i lavoratori della Fiat che scioperavano con un blocco stradale, che poteva comunque essere aggirato, venivano malmenati dalla polizia mentre questi, che bloccano, per giorni o addirittura settimane, un servizio che non ha alternative, no? Una forza politica che contrappone la tutela dei diritti di una categoria di cittadini, a scapito di quelli di altri, è progressista?
Accade alla fine che, mantenendo posizioni politiche diventate più slogan che altro, si rischia di farsi superare a sinistra dalla storia, diventando così una forza conservatrice. Questo è quello che accade ad una sinistra non riformista. Non si può certo pensare di interpretare il nuovo, di intercettare quella voglia, ma anche quella necessità, di cambiamento che sale dalla società. E’ in questo modo che si è lasciato spazio a Berlusconi, che si è fatto portavoce, almeno in un certo periodo, di questa volontà rappresentando il nuovo, la capacità di riformare il sistema, di portare un cambiamento, poggiando sulla sua “fama” di imprenditore di successo.
Bisogna riconoscere che parte dell’elettorato di Forza Italia, ha votato per questo motivo, per rappresentare disagio e voglia di nuovo, come molto spesso l’elettorato moderato italiano ha espresso in determinati momenti storici del nostro paese. Elettorato oggi deluso dall’uomo Berlusconi e dal partito, che non hanno saputo interpretare bene questa necessità di trasformazione del nostro sistema paese.
Ma in chi potranno riconoscersi questi elettori? In un dialogo politico in cui gli schieramenti puntano “contro qualcosa”, senza dire “verso cosa” intendono portare questo paese? La politica del contro aggrega una parte dell’elettorato, quello più schierato politicamente, quello degli scontenti. La massa del nostro paese è fatta da gente moderata, tendente allo sviluppo inteso come progresso, che non riesce a riconoscersi in questo modello.
Per questo motivo bisogna ribaltare i canoni del pensiero politico, dismettendo le categorie di destra e sinistra, a cui ci hanno abituati, ed assumendo quelle di progresso e conservazione. Due logiche che non portano con sé il retropensiero di negatività che siamo portati ad addebitare alla controparte; due categorie meno statiche nell’evoluzione storica, che consentono maggiore identificazione, ma al tempo stesso maggiore mobilità, ad un elettorato che sempre meno si sente ancorato ad un unica posizione politica, che vuole essere libero di scegliere, sia per i valori che vengono rappresentati dalle forze politiche, ma anche per i programmi di evoluzione, o di conservazione, del sistema di cui in quel momento la società sente il bisogno.
Da questo contesto potete capire il motivo per cui siamo nati: vogliamo essere un partito progressista, un partito che nasce dalla società, che vuole portare un cambiamento nella politica, che riporta la politica a quel primato di guida che in questi anni ha perso, che punta ad un modello di valori con cui intende formare un nuovo patto sociale, che vuole riformare la società per renderla più snella e più vicina al cittadino.
Siamo nati perché la politica non riesce ad uscire dalle secche in cui si trova, perché questa politica non è il prologo del nuovo ma l’epilogo del vecchio, di chi non ha futuro.
Unitevi a noi, facciamo crescere il partito democratico, facciamo nascere una politica nuova.
Non ci faremo rubare il nostro futuro.