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27 febbraio 2006
LA MULTICULTURALITA' COME VIA PER L'INTEGRAZIONE
Abbiamo ricevuto molte mail di commento al nostro articolo del 18 febbraio '06, sulle rivolte dei radicali mussulmani verso le vignette che avevano ritenuto offensive, di cui vi ringraziamo.
Ci ha fatto inoltre molto piacere leggere un articolo di Amartya Sen, apparso domenica 26 febbraio sul Corriere della Sera (potete leggerne il contenuto direttamente sul loro sito attraverso il link che trovate in fondo a questo articolo), che richiama il multiculturalismo come passaggio per una integrazione pacifica tra identità culturali e religiose diverse in una società avanzata. L’articolo, portando l’esperienza diretta dell'autore vissuta a Londra, riprende la tesi che solo una piena integrazione tra culture diverse, nel rispetto delle diversità, può portare a superare questo momento di tensione che esiste oggi a livello mondiale.
Noi avevamo preso ad esempio l’esperienza americana ma ci fa piacere trovarci sulla stessa linea di uno dei più grandi economisti mondiali, premio Nobel 1998.
pubblicato da Segreteria     alle 16:34     Commenti 0 Commenti
COME STATE AD ENERGIA: NE AVETE ANCORA?
Inutile aggiungere qualcosa d’altro sulla mossa del governo francese per impedire l’opa di Enel su Suez. Si può discutere sull’opportunità o meno dell’ingerenza politica su una vicenda di mercato, sicuramente tutti siamo rimasti impressionati dall’efficacia del decisionismo d’oltralpe, non vogliamo discutere di leggi sull’opa, di protezionismo o altro; lasciamo a più autorevoli fonti una dotta dissertazione su liberismo e mercati. La domanda che ci facciamo è una: perché? Perché Enel si muove oggi verso una politica di espansionismo sul mercato dell’energia, indipendentemente da come andrà a finire questa vicenda? Perché mentre EDF entrava nel capitale di Edison, con l’aiuto della borghesia industriale e l’indifferenza politica, Enel staccava dei dividendi “bilionari”, per rimpinguare le casse dello stato, senza che nessun politico muovesse una parola per il reimpiego di quei profitti, che venivano dalla vendita delle centrali e dai risparmi sugli investimenti, affinchè fossero utilizzati per lo sviluppo dell’azienda? Perché i francesi cercano, con metodi non ortodossi sotto il profilo del libero mercato, di bloccare a tutti i costi l’operazione?
Chi parla di orgoglio ferito o visione statalista dell’economia, o richiama scandalizzato una rinascita del protezionismo, limita la spiegazione del fenomeno ad elementi storico-emotivi che non danno la visione d’insieme della cosa. La verità è un’altra, a nostro giudizio.
Molto semplicemente i francesi hanno identificato dei settori, strategici per l’economia del paese e ad alto valore aggiunto, sui quali il concetto di interesse nazionale viene prima di qualsiasi impostazione ideologica o teoria economica. In questi settori – parliamo di energia, telecomunicazioni, trasporti, aeronautico – considerati degli asset, non rinunciano a gestire lo sviluppo strategico ed a garantirsi che la produzione dei beni e servizi sia assicurata alla nazione in modo non condizionato, secondo politiche che ricadano sotto la loro sfera di influenza.
Badate bene, gestire lo sviluppo di un settore non significa non liberalizzarne il mercato, con tutti i vantaggi e le ricadute di beneficio per i consumatori che questo comporta. Tutt’altro, se andiamo a guardare in questi settori, i loro mercati sono tra i più competitivi d’Europa e spesso la posizione dell’azienda di stato, ex-monopolista, è meno dominante che in altri paesi, noi compresi. Alla fine, tuttavia, quello che fanno i francesi, può piacerci o meno, rimane affar loro anche se, questa volta, ci tocca direttamente. Quello che deve interessarci è ciò che facciamo noi, o meglio ciò che hanno fatto, o dicono di voler fare, i nostri politici.
Se vi chiedessero quali sono i settori, che vi vengono alla mente, in cui esiste una politica di sviluppo, o di indirizzo, da parte del governo di cui voi avete capito la visione strategica per i prossimi cinque anni, sapreste elencarli? Fate la stessa cosa pensando all’opposizione. Provate ad elencarli, mettete tutto in una mail e speditecela. Non credo che riuscirete a superare le dita di una mano. A mente, l’unico settore in cui ho visto una certa attività è quello agroalimentare. E pensare che il Ministero dell’Agricoltura era stato abolito con un referendum; qualcuno lo ricorda? Poi ci lamentiamo se dicono, all’estero, che ci sono rimasti gli spaghetti; potremmo aggiungere che non è così, che siamo alla frutta. Ma torniamo al nostro ragionamento. Dobbiamo riconoscere che la responsabilità della nostra situazione energetica, anche se peggiorata in questi ultimi anni, non possiamo addebitarla solo all’attuale governo. Del resto la scelta del referendum sul nucleare venne fortemente voluta dalla sinistra, anche per strizzare l’occhio ai nascenti movimenti ecologisti. Inoltre, la scelta dell’Enel di entrare nel mercato delle telecomunicazioni, anziché focalizzarsi sulla crescita nel proprio settore, venne fatta ancora una volta con l’avallo dei governi di centrosinistra. Soldi e strategie investite nel rimanere focalizzati a competere sul mercato nazionale diversificando il settore di attività, anziché diversificare competendo sui mercati internazionali rimanendo focalizzati nel proprio settore di attività.
Sempre di quel periodo sono le privatizzazioni senza liberalizzazioni su settori strategici per l’economia nazionale – telecomunicazioni, autostrade, energia – dove, su infrastrutture spesate con soldi pubblici, si sono creati monopoli privati senza favorire la competizione ed i benefici verso i consumatori che questa porta con sé. Poi, certo, con questo ultimo governo si è badato più alla raccolta, dei dividendi per l’azionista pubblico, che all’indirizzo strategico, degli investimenti necessari per lo sviluppo. Ma tant’è ad altre faccende erano codesti affaccendati. Quindi destra e sinistra, governi di ieri come di oggi, hanno contribuito a creare questa situazione di cui la crisi del gas russo e questa francese sono solo alcune, vistose, delle conseguenze che siamo, e saremo, costretti a patire. Ma il problema maggiore è che non sappiamo come, quali che siano, i governi di domani intendono trovare la soluzione di questi problemi, dove i programmi possono essere solo di lunga scadenza. Forse oramai in mercati globalizzati ed integrati verticalmente nella filiera del valore, alla ricerca di economie di scala sempre maggiori, l’unica soluzione può essere quella di fondere Enel con Eni.
Ma chi ha il coraggio, e la visione, per fare una scelta simile?
pubblicato da Segreteria     alle 16:32     Commenti 1 Commenti
26 febbraio 2006
E' MORTA "L'ASSOCIAZIONE PER IL PARTITO DEMOCRATICO"
Leggiamo sulla stampa della settimana che la lista per il Partito Democratico si è sciolta e non presenterà dei suoi candidati alle prossime elezioni. Non ne avevamo dubbi. Sono stati richiamati all’ordine di scuderia da parte della politica. Presentarsi come lista autonoma voleva dire rischiare di disperdere dei voti anziché raccoglierne di nuovi. Ecco allora che, dopo le raccomandazioni e l’auspicio dei partiti che nasca qualcosa con i piedi nella società civile e la testa nei partiti, tutto si scioglie. Leggo sul Corriere della Sera del 23 febbraio la dichiarazione di Prodi:”Il partito democratico ha senso se c’è una fusione tra struttura di comando dei partiti e apporto dei cittadini sennò non ne abbiamo bisogno”. Ossia? Cosa è più importante l'apporto dei cittadini o mantenere la struttura di comando dei partiti? E' proprio quest'ultima che vogliamo cambiare.
Bertinotti oggi (domenica), intervenendo alla trasmissione "Mezz'ora" dell’Annunziata, si dichiara scettico riguardo alla nascita del Partito Democratico. Secondo lui può avvenire solo attraverso la fusione tra DS e Margherita. Ha perfettamente ragione. Il dubbio però che i nostri politici hanno è: si tratta di fusione o incorporazione? La maggior parte pensa con la testa alla prima, ma col cuore spera alla seconda anche se, vista la complessità del processo, ha paura di essere incorporato.
Quindi nulla faranno, almeno gli attuali politici professionisti, per conservazione. Ma noi non ci speriamo, né attendiamo un aiuto da parte della politica, tutt’altro. Rimaniamo convinti che la nostra scelta di costituire dal basso, dalla società, il Partito Democratico sia quella giusta. Non serve la mente nella politica e le braccia al popolo; è finito il tempo in cui la politica scriveva la storia intingendo il pennino nel sangue della gente. La democrazia partecipativa mette tutto in discussione, a cominciare dalla struttura dei partiti, dalla definizione dei programmi, al concetto stesso di leadership.
Noi ci stiamo provando con il vostro contributo.
pubblicato da Segreteria     alle 23:00     Commenti 0 Commenti
18 febbraio 2006
MA SIAMO CERTI DI ESSERE EVOLUTI?
In questi giorni sentiamo un gran parlare di Islam e vignette sataniche. Il commento che esce dalla bocca dei più é un paragone riguardo alla nostra società evoluta rispetto ai regimi teocratici che invece vigono in quei paesi.
Ma viene da chiedersi come possiamo mettere sullo stesso livello una società, quella occidentale europea insieme alle sue derivate, secolarizzata ed emancipata, con una società in cui lo sviluppo economico e culturale è fermo da secoli, per ragioni che sarebbero lunghe da discutere.
E si discute di libertà di stampa e rispetto, di blasfemia e altro. Poniamoci invece una domanda: ma negli Stati Uniti, dove la comunità islamica é grande, ed insediata all'interno del nucleo sociale, perchè non sono scoppiati gli stessi disordini? E' forse stata data minore enfasi alle vignette? Se anche fosse stata data minore importanza alla cosa, i disordini scatenati avrebbero portato comunque l'attenzione sul fatto. E' forse la sensibilità del mussulmano americano offuscata rispetto a quello arabo? Sicuramente il mussulmano americano è secolarizzato rispetto al medio orientale e probabilmente non penserebbe mai di scatenare una simile bagarre per delle vignette, quant'anche fossero offensive della sua religione, per il semplice fatto che è abituato al rispetto del diritto di opinione prima ancora che religioso. Lo stato laico, multietnico sembra quindi essere la risposta a questo dilagare di fanatismo religioso e scontro di civiltà che, in questa parte del mondo, sta prendendo toni sempre più esasperati. Lo stato in cui il diritto prevale sul codice religioso, in cui la cultura riesce a farsi penetrare dalle diverse tradizioni superandole attraverso l'integrazione. L'incontro rispetto allo scontro: la cultura del ricevere dal diverso rispetto al confronto e non al rifiuto.
In questa visione faremmo anche bene a smettere quei vestiti di società emancipata ed evoluta che troppo spesso vestiamo, con la spocchia di chi deve esportare la democrazia e la cultura del diritto. E' di oggi la notizia: "Violenza sessuale: aveva già avuto rapporti, è meno grave".
Di fronte a queste cose è meglio stare in silenzio, lasciare che l'intera magistratura si interroghi sull'opportunità di queste sentenze che, in punta di diritto, offendono il comune sentire e offendono quello sviluppo e quel progresso che la nostra civiltà ha, comunque, raggiunto.
Questo è il paese "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria, in cui la certezza del diritto unita alla commisurazione della sanzione al reato ancora oggi, dopo centinaia di anni, fatica ad essere applicata. Nel commentare l'accaduto si rischia di dare ragione al ministro Castelli, cosa che sinceramente vorremmo evitare.
Torniamo quindi a domandarci: ma siamo certi di essere evoluti?
pubblicato da Segreteria     alle 07:40     Commenti 2 Commenti
12 febbraio 2006
E’ NATA “L’ASSOCIAZIONE PER IL PARTITO DEMOCRATICO”
Composta da personaggi di spicco della società civile si è costituita in Lombardia “l’Associazione per il Partito Democratico”. Ne siamo felici. Peccato che il primo obiettivo di questa autorevole compagine di personalità sia quello di buttarsi nella zuffa politica per presentarsi alle prossime elezioni con una lista civica al Senato.
Non abbiamo ancora capito cosa significhi per loro fondare il Partito Democratico, qual è la loro visione politica, il sistema dei valori in cui credono, anzi, non l’hanno neanche fondato che già si mettono a battibeccare su quanto potrebbero raccogliere in termini di voti, da dove, se li prendono da destra, da sinistra, dagli indecisi. Sentite poi la sintesi del programma: “Mandare Napoleone a Sant’Elena, o meglio Berlusconi a casa”. Mirabilie, che novità politica, non si sentiva a sinistra una frase del genere da anni; complimenti per la capacità d’innovazione, per la visione prospettica, per la speranza che date al popolo spaesato della sinistra, che non riesce veramente più a capire da chi è rappresentato.
Il Partito Democratico esiste, noi lo abbiamo fondato. Volete riformare la politica, far nascere qualcosa di nuovo? Unitevi a noi, costruiamo un partito veramente democratico e progressista. Noi abbiamo un progetto che vuole portare una discontinuità nel panorama politico per cambiare il modo di pensare la politica; vogliamo costruire la politica del mondo post-ideologico, superare le categorie di destra e sinistra, ridare alla politica lo slancio di progettualità e di leadership che ha perso. Noi abbiamo dichiarato che non intendiamo presentarci alle elezioni, per questo ci chiamiamo fuori dalla bagarre di questo periodo, non vogliamo essere coinvolti in strumentalizzazioni, da qualsiasi parte provengano, perché il nostro è un progetto di medio-lungo periodo, il tempo necessario per costruire dalla base un nuovo soggetto politico. Abbiamo bisogno di contributi, di persone che condividano il sistema dei valori nei quali crediamo, che al pessimismo della ragione contrappongano l’ottimismo della volontà, il voler credere di costruire qualcosa di nuovo. Potete leggere il nostro statuto su
http://www.partito-democratico.org in cui troverete anche il nostro manifesto politico.
Non ci interessa chi sgomita per prendere un posto in prima fila, siamo convinti che non servono altri partiti, quanto invece servano partiti nuovi. Noi lo siamo.
pubblicato da Segreteria     alle 12:25     Commenti 0 Commenti
DA OPERAIO A PRESIDENTE IMPERATORE
Si chiude in bellezza una carriera cominciata dai piani bassi. Silvio Berlusconi era partito come presidente operaio, poi molte altre cose, ed infine chiude questa legislatura da presidente Imperatore paragonandosi a Napoleone. Con questo paragone batte anche le più divertenti caricature delle barzellette che girano su di lui. Ci risiamo con quei problemini di culto della personalità che ogni tanto si riaffacciano sul palcoscenico. Fortunatamente, vogliamo sperare, la vicenda, a differenza di altre tragiche figure che la storia ci riporta, finirà più a tarallucci e vino che altro.
L’uomo del “mi consenta” – che anche letto ricorda il suono di quella esse un pò melensa – dell’anticomunismo viscerale, dell’ottimismo a tutti i costi, finisce travolto dalla burla la sua carriera politica.
Dopo tutti i personaggi che ha interpretato, gli accadrà come in una delle macchiette di Alberto Sordi dove al soggetto, un po’ grottesco e un po' malinconico, che continuava a bullegiarsi, da fuori la scena, qualcuno gli grida: “Americà, facce Tarzan”.
pubblicato da Segreteria     alle 12:23     Commenti 0 Commenti
02 febbraio 2006
MA BERTINOTTI E’ DAVVERO PROGRESSISTA?
Per troppo tempo siamo stati abituati a considerare la sinistra portatrice dei valori di progresso ed evoluzione; questo perché il movimento operaio, dalla sua nascita, puntava al miglioramento delle condizioni di vita di uno strato ampio della popolazione, in una società in cui la sperequazione tra le classi sociali era enorme, ed in cui pochi godevano di grandi privilegi.
La salvaguardia del posto di lavoro era un valore da tutelare ad oltranza in un sistema, prevalentemente industriale, in cui la dinamicità sociale era nulla, dove la possibilità del proletariato e della piccola borghesia era limitata all’aspirazione di un modesto impiego, spesso statale o parastatale in un’economia a forte sostegno pubblico. La produzione industriale di beni era l’attività prevalente, mentre il valore prodotto dai servizi era molto inferiore al peso dell’industria o dell’agricoltura. Il concetto di consumatore era dominante rispetto a quello di utente, più ampio, che oggi viene usato per indicare una domanda non solo concentrata sulla richiesta di beni materiali, ma anche orientata all’utilizzo di servizi provenienti dal settore bancario, dell’energia e delle utility.
Eravamo arrivati ad consociativismo trasversale che aveva consolidato nel tempo privilegi corporativi tra categorie di lavoratori; c’erano i lavoratori dipendenti radicati nel loro posto di lavoro tutelato, commercianti e altri affini che producevano gran parte del sommerso, categorie professionali e ordini ben piazzati anche all’interno dello stato. In questo ambito il cittadino, appartenente ora all’una ora all’altra di queste categorie, muoveva i suoi timidi passi nella società inveendo per i disservizi patiti oppure per i privilegi di cui, in quel momento, altri godevano.
La dinamica sociale, abbiamo detto, era nulla o quasi; si viveva, con poche eccezioni, all’interno della classe sociale di provenienza e la politica era il riferimento per accedere a favori o tutele, secondo una esplicita relazione sociale o territoriale. Oggi questa omogenea distribuzione sociale si è radicalmente modificata ed abbiamo una struttura a macchia di leopardo: alcune classi sociali si sono assottigliate mentre altre si sono estese, negli strati più bassi si stanno insediando popolazioni immigrate. Il divario economico tra ricchi e poveri, ma anche quello delle opportunità, si sta enormemente ampliando.
Ma è soprattutto accaduto che il cittadino, da consumatore, si è trasformato in utente, concetto di per sé più evoluto, anche grazie alla liberalizzazione di alcuni settori economici prima appannaggio di monopoli, che lo hanno portato ad una maggiore consapevolezza di quanto ottiene in termini di servizio.
Alcuni privilegi sono caduti, come la tutela a vita del posto di lavoro, anche se molti settori, al riparo della concorrenza, godono di tutele che in atri segmenti, più esposti alla competizione ed alla delocalizzazione, sono venute meno; questo, tuttavia, ancora a scapito dell’utente che paga, per il mantenimento di una scarsa produttività, un alto costo dei servizi. Altre corporazioni sociali hanno perso parte dei loro privilegi ma, soprattutto, è caduto quel corporativismo che la politica non può più garantire; in questi anni sono arrivate, da ampi strati della popolazione, richieste di trasformazione e sviluppo verso nuovi modelli sociali, che hanno, tra le altre cose, dato vita a fenomeni politici come la Lega.

In questo contesto i concetti di sviluppo e progresso hanno perso la loro patria. E’ infatti ancora possibile pensare di mantenere, in settori agevolati e non esposti alla concorrenza, la tutela di posizioni di privilegio a scapito della qualità, o del costo, dei servizi offerti agli utenti? Prendiamo il caso di Alitalia, di cui tutti conosciamo la provenienza e lo sviluppo nel corso di questi anni. Difendere il corporativismo dei sindacati ad oltranza, che hanno contribuito con la loro gestione allo sfascio della compagnia, è forse una posizione di sviluppo e di progresso? Il cittadino utente, che rimane a terra, come può provare solidarietà verso il cittadino lavoratore che, con il suo sciopero, compromette il servizio che doveva erogare e per cui egli ha pagato un corrispettivo? Perché i lavoratori della Fiat che scioperavano con un blocco stradale, che poteva comunque essere aggirato, venivano malmenati dalla polizia mentre questi, che bloccano, per giorni o addirittura settimane, un servizio che non ha alternative, no? Una forza politica che contrappone la tutela dei diritti di una categoria di cittadini, a scapito di quelli di altri, è progressista?

Accade alla fine che, mantenendo posizioni politiche diventate più slogan che altro, si rischia di farsi superare a sinistra dalla storia, diventando così una forza conservatrice. Questo è quello che accade ad una sinistra non riformista. Non si può certo pensare di interpretare il nuovo, di intercettare quella voglia, ma anche quella necessità, di cambiamento che sale dalla società. E’ in questo modo che si è lasciato spazio a Berlusconi, che si è fatto portavoce, almeno in un certo periodo, di questa volontà rappresentando il nuovo, la capacità di riformare il sistema, di portare un cambiamento, poggiando sulla sua “fama” di imprenditore di successo.
Bisogna riconoscere che parte dell’elettorato di Forza Italia, ha votato per questo motivo, per rappresentare disagio e voglia di nuovo, come molto spesso l’elettorato moderato italiano ha espresso in determinati momenti storici del nostro paese. Elettorato oggi deluso dall’uomo Berlusconi e dal partito, che non hanno saputo interpretare bene questa necessità di trasformazione del nostro sistema paese.
Ma in chi potranno riconoscersi questi elettori? In un dialogo politico in cui gli schieramenti puntano “contro qualcosa”, senza dire “verso cosa” intendono portare questo paese? La politica del contro aggrega una parte dell’elettorato, quello più schierato politicamente, quello degli scontenti. La massa del nostro paese è fatta da gente moderata, tendente allo sviluppo inteso come progresso, che non riesce a riconoscersi in questo modello.
Per questo motivo bisogna ribaltare i canoni del pensiero politico, dismettendo le categorie di destra e sinistra, a cui ci hanno abituati, ed assumendo quelle di progresso e conservazione. Due logiche che non portano con sé il retropensiero di negatività che siamo portati ad addebitare alla controparte; due categorie meno statiche nell’evoluzione storica, che consentono maggiore identificazione, ma al tempo stesso maggiore mobilità, ad un elettorato che sempre meno si sente ancorato ad un unica posizione politica, che vuole essere libero di scegliere, sia per i valori che vengono rappresentati dalle forze politiche, ma anche per i programmi di evoluzione, o di conservazione, del sistema di cui in quel momento la società sente il bisogno.

Da questo contesto potete capire il motivo per cui siamo nati: vogliamo essere un partito progressista, un partito che nasce dalla società, che vuole portare un cambiamento nella politica, che riporta la politica a quel primato di guida che in questi anni ha perso, che punta ad un modello di valori con cui intende formare un nuovo patto sociale, che vuole riformare la società per renderla più snella e più vicina al cittadino.
Siamo nati perché la politica non riesce ad uscire dalle secche in cui si trova, perché questa politica non è il prologo del nuovo ma l’epilogo del vecchio, di chi non ha futuro.

Unitevi a noi, facciamo crescere il partito democratico, facciamo nascere una politica nuova.
Non ci faremo rubare il nostro futuro.
pubblicato da Segreteria     alle 19:13     Commenti 3 Commenti