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1) Secondo uno studio dell’Aipb, associazione italiana di private banking, in collaborazione con Asam-Università cattolica di Milano e Pricewaterhousecoopers, le famiglie che possiedono più di 500 mila euro di patrimonio finanziario, ad esclusione degli immobili, sono passate da 692 mila del 2005 a 712 mila del 2006. Quindi aumentano i ricchi. Se guardiamo però come si compone questa ricchezza vediamo che il patrimonio in mano ai super ricchi è aumentato del 4,3% passando da 786 miliardi di euro a 820 miliardi di euro. Di questa massa di denaro tuttavia solo 10 miliardi sono ascrivibili all’ingresso di nuovi fondi; il resto è ricchezza che era già presente e che ha aumentato la sua dimensione. Tradotto in parole povere si arricchisce chi era già ricco.
Se aggiungiamo le proprietà immobiliari si nota che il 63% del totale della ricchezza è costituito da immobili, contro il 50% del 2005; il patrimonio aumenta grazie alla rivalutazione degli immobili.
2) Un articolo apparso sull’Economist della scorsa settimana (16-22 settembre) critica l’Italia, insieme in verità acne a Francia e Germania, per non aver saputo mettere a posto, negli ultimi cinque anni, la sua economia.
Riportando la sintesi di uno studio fatto dal Center for European Reform, un think-tank inglese pro-Europeo, che mette a confronto una serie di indicatori macroeconomici di previsione per il 2007, appare una situazione molto grave per il nostro paese, soprattutto perché, secondo loro mettiamo a rischio la tenuta dell’Euro. Viene fatto, ad esempio, un raffronto tra previsioni di crescita del PIL verso l’incidenza del disavanzo di bilancio sul PIL; si vede che l’Italia si attesta al +1,2% di crescita contro - 4,5% di disavanzo, rispetto alla G.Bretagna con + 3% di crescita contro – 3% di disavanzo, alla Francia con + 2% di crescita contro – 2,5% di disavanzo, alla Germania con + 1,6% di crescita contro – 2% di disavanzo fino ad arrivare alla Spagna che presenta previsioni di crescita del + 3% del PIL e avanzo di bilancio del + 1%.
Un’economia così indebitata, lenta nella crescita e con una amministrazione pubblica spendacciona, perde in competitività che infatti, secondo sempre questo studio, è diminuita ad una media annua del - 1,2%; la peggiore performance dell’Europa a 15. Mentre inflazione e costo del lavoro sono cresciuti di più che negli altri paesi europei; ad esempio fatto 100 il costo del lavoro nel 1999 tedesco e italiano oggi da noi è 112, mentre in Germania è sceso a 92. Se l’euro da una parte ha contribuito alla stabilizzazione dell’inflazione, dall’altra ha fatto perdere all’Italia la leva della svalutazione della moneta per migliorare la competitività.
La conclusione di questo studio dice che “se l’Italia fallisce di aumentare la sua competitività, rischia di dover abbandonare l’area euro”, proprio perché i suoi partner non potranno più accettare questa situazione. Lo studio conclude dicendo che “siamo a cinque minuti dalla mezzanotte e che il governo deve agire rapidamente per assicurare all’Italia la permanenza a lungo termine nella zona euro”.
3) L'associazione europea degli operatori alternativi nelle telecomunicazioni (Ecta) ha comunicato che la diffusione della banda larga in Italia sta rallentando bruscamente. Nella classifica relativa alla penetrazione della banda larga, tra i paesi aderenti all’Unione europea a 15 l’Italia precede solo Portogallo, Grecia e Spagna con una percentuale solo del 12,7%, mentre la media tra i 25 paesi dell’Unione Europea è del 14,1%. Il rallentamento si deve addebitare, principalmente, all’attuale regolamentazione nazionale che ha consentito a Telecom Italia di detenere una quota pari al 72% del mercato della banda larga: la più alta percentuale detenuta da una società di telecomunicazioni operante nell’ambito dei paesi aderenti all’Unione europea a 15 Paesi.
Questa è la sintesi del nostro paese: (1) una nazione dove la ricchezza aumenta grazie alla rendita, finanziaria o immobiliare che sia, che perde di competitività (2) e dove non si fa innovazione (3).
In questo scenario chi è ricco lo diventa ancora di più, non si genera ricchezza e non c’è mobilità sociale. A tutto questo aggiungiamo che l’età media aumenta e il numero di italiani diminuisce a causa della scarsa natalità degli ultimi anni, mentre abbiamo alle porte una sterminata folla di immigranti con voglia di riscatto e di accrescimento sociale ed economico. Mettiamoci pure che a livello mondiale già oggi le economie emergenti rappresentano un terzo dell’economia globale prodotta (a cambi correnti perché se fosse misurata a parità di potere di acquisto raggiungerebbe quasi il 50%), e le conclusioni vengono da se. L’Italia è un paese destinato ad uscire nei prossimi dieci, forse quindici, anni dalla scena delle economie più importanti a livello mondiale. Rimarremo solamente un mercato, neanche tanto importante numericamente, di consumatori. Per il resto avremo perso la capacità di produrre ricchezza e di incidere nello sviluppo economico mondiale.
Stiamo abbandonando tutti i settori così detti capital intensive, ossia dove gli investimenti vengono localizzati e sono quindi difficili da spostare; ci sono rimasti solo i settori tipici del made in Italy che sono labour intensive, con uso prevalente di forza lavoro, la cui produzione può essere facilmente de-localizzata in aree più produttive fuori dal nostro paese. Cosa ci rimane quindi: il design, le royalty per i marchi? Il turismo forse, che tutti ci dicono essere una grande risorsa ma che, oltre ad avere dei forti competitori negli altri paesi che si affacciano nel Mediterraneo, non è favorito da una adeguata qualità dei servizi e delle infrastrutture; per non parlare poi di una cattiva mentalità diffusa in quasi tutte le categorie, politici compresi, che vede il turista, soprattutto se straniero, come un pollo da spennare.
Quello che abbiamo visto accadere ieri alla Camera dei deputati vi da la sensazione che la politica stia pensando a come risolvere questi problemi e come cercare di risollevare le sorti di questo paese?
Lascio a voi ogni commento.
MF